TERZO SETTORE / Fondazioni
Le Fondazioni di comunità in Italia: da erogatori a attivatori di capitale sociale e catalizzatori di innovazione
Anche nel nostro Paese questi enti stanno ripensando il proprio ruolo: sempre meno bancomat e sempre più "orchestratori di comunità"
09 ottobre 2018

Ancora troppo poco conosciute dal grande pubblico e poco riconosciute nel nostro Paese come partner strategico di sviluppo umano e sostenibile, le fondazioni di comunità rappresentano oggi un attore fondamentale del sistema filantropico italiano. L’ambito della filantropia di comunità si sta infatti espandendo in tutto il mondo e lo ha fatto in maniera esponenziale negli ultimi 25 anni. Un ambito giovane, dinamico e profondamente radicato nel tessuto locale. Per questo conoscerlo meglio può essere prezioso per comprendere meglio anche alcune dinamiche in atto nel Terzo Settore del nostro Paese. Ce ne parla Carola Carazzone, Segretario Generale di Assifero.


Un passo indietro

La prima fondazione di comunità è stata costituita a Cleveland, USA, nel 1914. Oggi ce sono più di 1900 in tutti i continenti. In Europa il movimento delle fondazioni di comunità si è sviluppato a pieno ritmo solo a partire dagli anni Novanta. Oggi operano 700 fondazioni di comunità in 27 Paesi europei. In Italia il movimento delle fondazioni di comunità è nato nel 1999 con le fondazioni di Lecco e Como, e oggi conta 37 fondazioni di comunità registrate nell’Atlante tenuto dal GFCF, il Global Fund for Community Foundations. Di esse più di 30 sono oggi pienamente operative e almeno quattro nuove sono in fase avanzata di costituzione, ad Agrigento, Fano, Ferrara e Potenza.

Diverse per origine, dimensioni, visione e modalità operative, e profondamente radicate nel tessuto della comunità di riferimento, le fondazioni di comunità sono enti filantropici con enorme potenzialità strategica e di impatto. Frutto moderno di una tradizione millenaria di solidarietà comunitaria diffusa in moltissimi Paesi del mondo, le fondazioni di comunità negli Stati Uniti furono inizialmente create all’inizio del XX secolo per separare la gestione dei fondi nei trust dall'utilizzo degli utili prodotti da quella gestione patrimoniale. Le prime fondazioni di comunità negli Stati Uniti dunque nacquero da fondi donati da persone ricche dopo la loro morte al fine di restituire - give back - alla propria comunità parte della ricchezza ottenuta e goduta in vita.

Il modello tradizionale americano di fondazione di comunità venne creato per abilitare giuridicamente un "variance power", la facoltà di variare la destinazione e usare gli utili prodotti dalla gestione del patrimonio in base ai bisogni della comunità tramite una decisione del consiglio di amministrazione della fondazione, senza dover interpellare appositamente ogni volta un tribunale, come avrebbe invece richiesto una qualsiasi fondazione privata senza donatori viventi. Questo modello di fondazione di comunità incentrato sul concetto di fondazione come patrimonio destinato ad uno scopo si basa su alcuni elementi caratterizzanti: crescita del patrimonio, gestione dei fondi patrimoniali, servizi ai donatori costitutori di tali fondi, gestione patrimoniale e redistribuzione degli utili alla comunità attraverso l’erogazione di contributi con bandi, diffusione di una cultura del dono e raccolta fondi.


Un modello a geometria variabile

Come dicevamo, le fondazioni di comunità sono cresciute del 75% negli ultimi 25 anni e sono diverse per origine, contesto di riferimento, missione. Esse sono intrinsecamente locali - persone locali, risorse locali, donatori locali, asset locali, capacità locali, officer locali, fiducia e capitale sociale locali. La comunità può essere piccola come un quartiere, grande come una città o una regione o perfino una nazione (King Baudouin Foundation in Belgio è il classico esempio). Può riferirsi ad un territorio geografico o essere fluida e riguardare solo uno specifico gruppo (ad esempio le donne).

La maggior parte delle fondazioni di comunità ha un patrimonio, ma la grandezza di esso può variare dai 9 miliardi del patrimonio della Fondazione di comunità della Silicon Valley a un minimo patrimonio finanziario cui si aggiungono altri tipi di asset (per esempio la concessione per l’utilizzo di un monumento per 50 anni).

Detto questo, le fondazioni di comunità hanno alcune caratteristiche distintive che ci aiutano a definire il settore in modo inclusivo e dinamico, a geometria variabile. Il GFCF identifica tre componenti fondamentali nelle organizzazioni della filantropia di comunità: asset/beni (non solo in senso finanziario, ma anche di altro tipo – immobiliari per esempio, che costituiscono una base di risorse di lungo periodo); capacità (competenze di lungo termine, come relazioni, leadership, partecipazione, rappresentanza) e fiducia (ownership e gestione locale, decisioni trasparenti sulle erogazioni che allargano il capitale sociale della comunità).

Tutte le fondazioni di comunità, dunque, hanno ownership e governance locali e sono gestite localmente. Tutte sono entità giuridiche indipendenti, caratterizzate da una ownership diffusa, con più stakeholder, non sono di proprietà di una singola persona o di una singola famiglia o di un singolo ente. Tutte sono costituite per restare e sono, dunque, in grado di avere una visione di lungo periodo e, potenzialmente, di costruire capitale sociale, fiducia, asset e capacità, nella comunità, con la comunità e per la comunità in un approccio olistico e intersezionale.

Oggi lo sviluppo di migliaia di fondazioni di comunità in contesti estremamente diversi nel mondo ha dimostrato innanzitutto che non esiste un singolo paradigma applicabile ovunque, un prototipo da replicare one size fits all. Anzi, la pluralità dei modelli di fondazioni di comunità e il pluralismo che caratterizza – direi, intrinsecamente e per natura - il radicamento in una comunità locale è una enorme ricchezza.


Quale ruolo nel sistema filantropico italiano?

Questo avvincente sviluppo ha messo a nudo la questione fondamentale che riguarda ciascuna fondazione e ciascuna comunità e che va dritta alla visione e alla missione della fondazione di comunità stessa: quale ruolo avere nell’affrontare le grandi sfide ambientali, civili, culturali, economiche e sociali che la comunità ha di fronte.

Generalizzando e semplificando, se si mira a mantenere lo status quo semplicemente alleviando qualche sofferenza, tamponando qualche emergenza o restaurando un po’ di bellezza su territorio o se, invece, si mira ad essere piattaforma, volano di cambiamento sociale contribuendo a spostare potere, partecipazione, agency più vicino alla comunità e alle persone.

Spesso in Italia, le fondazioni di comunità sono state definite e percepite come enti di erogazione. Come meri enti erogatori esse potrebbero esistere in splendido isolamento interagendo in modo minimale con altri stakeholder o con la comunità stessa. La tendenza a far coincidere l’identità delle fondazioni con l’attività erogativa è estremamente limitata e limitante e non da conto del valore e delle potenzialità delle fondazioni di comunità.

Innanzitutto guardare alle fondazioni di comunità come meri enti erogatori significa trasformare un mezzo in un fine. Le erogazioni non sono un fine, sono solo uno strumento – meglio, uno di vari strumenti – attraverso cui le fondazioni di comunità perseguono i propri obiettivi di missione per il bene comune. In secondo luogo fa implicitamente intendere che le erogazioni siano l’unica leva a disposizione delle fondazioni. Ma il portfolio a loro disposizione per perseguire i propri scopi istituzionali, è molto più diversificato e trasformativo e include, per esempio: l’attivazione di relazioni e connessioni, l’impiego del patrimonio in investimenti correlati alla missione o in investimenti a livello locale in economia reale o energie rinnovabili, la presentazione di garanzie e prestiti, l’accreditamento di enti del terzo settore presso altri partner strategici, il dialogo strategico con altri attori locali, pubblici e privati, che hanno a cuore il benessere della comunità, la sperimentazione di policies.


Attivatori, catalizzatori, propulsori

Ben lungi dall’essere meri “enti erogatori” o peggio sofisticati bancomat, le fondazioni di comunità oggi possono essere “enti attivatori di capitale sociale e umano”. Il vero patrimonio della fondazione di comunità è la comunità stessa, non solo le risorse economiche ma anche l’insieme di relazioni, competenze, valori, rapporti fiduciari che solo una fondazione di comunità riesce ad innescare o a potenziare, attivando o sviluppando capitale sociale. La comunità e il suo benessere, in questa visione, sono il fine; la fondazione stessa è un mero strumento.

Le fondazioni di comunità diventano enti attivatori di capitale sociale perché sono in grado di chiamare attorno al tavolo tutti coloro che, su specifiche problematiche, hanno capacità, esperienze, competenze, asset – materiali e immateriali – da mettere a disposizione. Grazie alle caratteriste uniche che le contraddistinguono (autorevolezza, neutralità, indipendenza, permanenza e olisticità) sono in grado di svolgere questo ruolo di coordinamento e di “chiamata alla responsabilità” in modo estremamente efficace.
Allo stesso tempo essendo enti attivatori di capitale sociale diventano catalizzatori di risorse finanziarie e non finanziarie, sempre più spesso partendo dagli asset di una comunità e non dai meri bisogni, ribaltando cicli di dipendenza che negli ultimi 40 anni hanno caratterizzato tanta parte della progettazione sociale e del rapporto donatori-beneficiari.

Essendo enti attivatori di capitale sociale e catalizzatori di risorse e capacità, le fondazioni di comunità diventano allo stesso tempo propulsori di innovazione, in grado cioè di stimolare direttamente o attraverso la partnership con i tanti soggetti operanti sul territorio, processi di innovazione e sperimentazione in campo ambientale, civile, culturale, economico e sociale, di cui possono beneficiare non solo la comunità ma anche le politiche pubbliche locali.


Una trasformazione in atto

Queste fondazioni di comunità stanno trasformando il modo tradizionale di finanziare, di investire, di erogare sperimentando policies e approcci innovativi e nuove modalità di finanziamento, diverse dai bandi, attraverso policy di scouting, dialogo costante, accreditamento e costruzione di relazioni di fiducia basate sulla condivisione della missione e meccanismi di comparazione degli obiettivi strategici.

Queste fondazioni di comunità stanno costruendo alleanze e partnership strategiche su missioni, che scardinino la relazione erogatore-beneficiario di progetto, verso un modello in cui il partner finanziatore e il partner implementatore stanno in una relazione di partnership strategica e reciprocità vitale e non di dipendenza top-down.

Ci sono ormai molti esempi di fondazioni di comunità – da Recife a Messina, da Katmandu a Napoli, da Ramallah a Die Wiesbaden, da Nairobi a Varna – che si percepiscono e vengono percepite come "orchestratori di comunità” e che hanno messo in atto processi di trasformazione e cambiamento sociale, attraverso un cambio di paradigma. Esse affrontano questioni come la diseguaglianza, il razzismo o l’impoverimento culturale non con singoli progetti a sé stanti, ma accuratamente selezionando le organizzazioni del terzo settore ed investendo sulle loro missioni, sui loro obiettivi strategici, espandendo e catalizzando competenze e capacità.

Proprio per discutere e approfondire questi cambiamenti in atto, l’11 e 12 ottobre Assifero promuove a Brescia la seconda Conferenza nazionale delle fondazioni di comunità. L’auspicio è che anche in Italia si possa superare il dibattito, piuttosto sterile, sull’“idealtipo” di fondazione di comunità e sulla eterodossia di alcune realtà fondazionali rispetto a tale modello, per andare invece al cuore della questione identificando, con umiltà e coraggio, ruolo, visione e missione di lungo periodo delle fondazioni di comunità per il nostro Paese.

 


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