TERZO SETTORE / Fondazioni
Capire per fare: l段nnovazione sociale per Fondazione CRC
Presentato il 24° Quaderno del Centro Studi della fondazione cuneese. Tanti spunti interessanti per capire come stanno cambiando le politiche sociali
13 marzo 2015

Nel luglio del 2011 la Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo presentò il primo Rapporto sull’innovazione sociale relativo alla provincia cuneese. La pubblicazione vide la luce in un momento storico in cui il tema dell’innovazione sociale, oggi così presente all’interno del dibattito nazionale e comunitario, non era ancora “di moda” e quindi scarsamente discusso. Tuttavia con tale scelta il Centro Studi di Fondazione CRC non si limitò ad anticipare un importante tema di ricerca, ma gettò le basi sulle quali impostare la programmazione sociale della Fondazione negli anni a venire. A quasi quattro anni di distanza, all’interno del suo 24° Quaderno, Fondazione CRC ha pubblicato il secondo rapporto sull’innovazione sociale in provincia di Cuneo. Con questa indagine, sviluppata in collaborazione con IRES Piemonte, si è provato a capire come e quanto l’impostazione mantenuta dalla Fondazione nel periodo della crisi abbia generato frutti e, eventualmente, in che modo possa generarne di ulteriori.


La portata dell’innovazione sociale negli anni della crisi

Negli ultimi anni la Fondazione CRC, di fronte alle difficoltà generate dalla crisi, ha modificato significativamente le proprie scelte operative in un’ottica d’innovazione sociale, aumentando il proprio impegno nel Settore della Promozione e Solidarietà Sociale, che è ad oggi il secondo per dimensione erogativa.

La Fondazione, tuttavia, non ha semplicemente accresciuto le risorse a disposizione di quest’area operativa, ma ha dato vita a filoni di intervento sperimentali per verificare nuove soluzioni alle problematiche sociali emergenti, come ad esempio il Bando Domiciliarità, partito nel 2012, e il Bando Cantiere Nuovo Welfare avviato lo scorso anno. L’innovazione sociale, dunque, è stata messa alla prova in un contesto socio economico preciso, coinvolgendo nell’indagine numerosi soggetti pubblici e privati impegnati a diverso titolo nel contrastare gli effetti della crisi economica.

Il rapporto evidenzia come, in una situazione in cui spesso strumenti e strategie istituzionali risultano assenti o frammentate, in provincia di Cuneo si stia registrando una proliferazione di interventi in cui i diversi soggetti del territori hanno provato a rispondere in modo più integrato ai bisogni emergenti. Le caratteristiche di queste risposte evidenziano aspetti innovativi sia nel merito degli interventi realizzati sia, soprattutto, nell’ambito dei processi e delle dinamiche che li hanno prodotti.


Alcune evidenze emergenti dalla ricerca

Gli indicatori sociali utilizzati nell’ambito della ricerca hanno evidenziato come, sebbene in assoluto la situazione cuneese continui a essere migliore rispetto ad altre aree contigue, il peggioramento delle condizioni sociali negli ultimi anni sia stato reale e intenso. L’indagine, orientata a comprendere i mutamenti in atto, ha cercato in particolare di identificare quegli elementi che hanno portato all’impoverimento della popolazione e le azioni messe in campo per contrastare il fenomeno in un’ottica, appunto, di innovazione sociale. In particolare si evince che:

  • esiste una tendenza a creare alleanze tra diversi soggetti sia istituzionali sia della società civile. Rispetto al passato si rileva un maggiore equilibrio fra i ruoli assunti dai soggetti pubblici e privati, grazie anche a un coinvolgimento diffuso della comunità;
  • gli interventi analizzati hanno cercato di varcare i confini settoriali di origine burocratica-amministrativa, orientandosi invece a seguire i bisogni della persona in modo più integrato;
  • si è sviluppato un approccio diverso nell’utilizzo delle risorse, che prevede di affiancare risorse private e finanziamenti di origine europea alle risorse di origine istituzionale. Questo ha permesso, anche a fronte della diminuzione delle risorse disponibili sulla base dei preesistenti canali istituzionali, di realizzare interventi significativi con finanziamenti derivanti da altra fonte;
  • si cerca di anticipare il problema sociale su cui si vuole intervenire, evitando che le spirali negative alimentate dalla situazione di crisi producano conseguenze dirompenti;
  • sempre più spesso si chiede ai destinatari di assumere ruoli maggiormente attivi, nella convinzione che l’auto-attivazione rappresenti un requisito per il successo degli interventi messi in atto. Si cerca quindi una maggiore responsabilizzazione e un ruolo più proattivo da parte di coloro che ricevono aiuto, in un’ottica di “restituzione”, almeno parziale, alla comunità per quanto ricevuto da essa;
  • nascono e si sviluppano centri di partecipazione: luoghi fisici, talvolta recuperati da un possibile destino di degrado, dove si concentrano servizi e opportunità di condivisione sociale;
  • gli strumenti istituzionali di programmazione partecipata, come Piani di zona e PePS, si sono dimostrati particolarmente utili in varie situazioni, in particolare per lo sviluppo di relazioni e attitudini alla collaborazione che hanno dato vista a nuove forme di alleanza tra soggetti diversi.


Le prospettive per il futuro: tra opportunità e rischi

Nel Rapporto vengono messi in luce diversi aspetti positivi e socialmente innovativi, ma anche possibili ambiguità e rischi che potrebbero verificarsi nel medio-lungo periodo.

Ad esempio, se la reazione di mobilitazione diffusa evidenzia la tenuta dei legami comunitari e la capacità delle amministrazioni locali di valorizzare e integrare tali risorse, si evidenzia come questi fermenti dovranno sfociare in nuovi equilibri se non vorranno restare esperienze disorganiche e frammentate. Le involuzioni possibili sono infatti molte, e potrebbero portare a modelli di welfare frammentati e inefficaci, oltre che ad un ritorno del centralismo istituzionale che mortificherebbe le esperienze di partecipazione estesa che si stanno diffondendo. In questo senso i soggetti istituzionalmente responsabili dell’azione – comune, ente gestore socio-assistenziale, azienda sanitaria, etc. – devono essere in grado di fornire una funzione di coordinamento e integrazione delle risorse esistenti, senza limitare l’aspirazione positiva dei partecipanti. La proposta è quindi quella di stimolare l’evoluzione delle forme di collaborazione variamente configurate in patti di cooperazione che assumano rilievo istituzionale dandosi un’adeguata dimensione regolamentare formalizzata.

Oltre alla necessità di dare forma e stabilità alle alleanze, per superare il rischio di frazionamento è importante che ciascuna “alleanza territoriale” scelga di programmare in un’ottica di medio periodo, mettendo in cantiere non singole azioni ma progetti di trasformazione sociale di più ampio respiro. Il rischio è che vengano intrapresi e finanziati percorsi complessi che richiedano tempi lunghi per la propria impostazione e realizzazione a fronte di risultati risibili o, al contrario, che partendo con eccessiva baldanza tali processi debbano essere interrotti per l’assenza di risorse o la mancanza di un disegno progettuale sufficientemente preciso. Occorre in questo senso stabilire strategie pluriennali in cui sia previsto il raggiungimento step-by-step di esiti parziali, ma entro un obiettivo finale sin da subito definito. Questo doppio binario, del gradualismo e dell’orizzonte definito, può rivelarsi utile anche per avere consapevolezza della valenza dei propri interventi. In questo senso è dunque fondamentale dotarsi di un adeguato impianto di monitoraggio e valutazione, che preferibilmente coinvolga elementi esterni e terzi che posseggano il know how per svolgere rilevazioni puntuali e complete.

Da ultimo, il rapporto indica alcuni elementi relativi alla diffusione delle singole esperienze in un’ottica di sistema. I processi di diffusione sono impegnativi e richiedono una capacità di progettazione specifica che prevede elementi diversi: dalla creazione delle premesse culturali, all’attivazione dei soggetti interessati, all’adattamento verso le specificità locali. Si tratta quindi in primo luogo di condividere con il territorio quali siano le buone prassi che sarebbe utile far diventare sistema, a partire dai risultati dei processi di monitoraggio e valutazione prima richiamati. Può essere quindi estremamente utile la definizione di specifici programmi di diffusione su più territori o anche su tutto il territorio provinciale, sempre nell’ottica del “gradualismo in un orizzonte definito”.


Riferimenti

Alla prova della crisi. L'innovazione sociale in provincia di Cuneo: secondo rapporto

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