TERZO SETTORE /
Autodifesa di un volgarizzatore dell'impatto sociale
Una versione della valutazione arricchita anche da elementi esperienziali può aiutare a raggiungere un pubblico ampio e differenziato, contribuendo così a colmare il divario ormai sempre più evidente tra scienza e società
27 settembre 2018

Ebbene sì mea culpa: sono uno dei volgarizzatori dell’impatto sociale messi sotto accusa da Simone Castello. In più ho l’aggravante di essere una di quelle persone che ha contribuito ad allargare l’accezione di impact ben oltre il perimetro concettuale forgiato negli anni dalla comunità scientifica, diluendo così metodologie e approcci applicativi all’interno di un quadro valutativo dai confini sempre più ampi e sbiaditi. Sono pronto anche a subirne le conseguenze. Una pena potrebbe consistere nella frequenza obbligatoria (anche a pagamento se necessario) di uno dei tanti corsi a catalogo che promette di formare in modo rigoroso sui fondamentali della materia. Prima però di essere sottoposto a questo programma di rieducazione proverò a proporre qualche argomento di autodifesa.

In primo luogo non considero negativamente il fatto che un qualsiasi concetto elaborato in ambito scientifico venga poi sottoposto a un processo di revisione in chiave pop da cui scaturisce quella che gli psicologici sociali chiamano “rappresentazione sociale”. È vero: il rischio è che le definizioni e i modelli analitici vengano scomposti rispetto alla loro elaborazione originaria e scientificamente testata. Ma è altrettanto vero che una versione arricchita anche da elementi esperienziali testimonia l’interesse dell’oggetto in questione verso un pubblico ampio e differenziato contribuendo così a colmare il divario, ormai sempre più evidente, tra scienza e società. Dunque che si parli e si dibatta d’impatto sociale anche in senso atecnico non è di per sé negativo perché significa, nel caso specifico, che esiste una domanda diffusa di conoscenza valutativa. Di sapere “come funzionano le cose” guardando non solo a quanto sancito da principi normativi o riconducibile ad assetti organizzativi e di governance formali ma andando a vedere, appunto, l’impatto generato.

In secondo luogo credo che sia sbagliato far coincidere il rigore del processo valutativo con uno schema di razionalità mezzi-fini basato su obiettivi prefissati rispetto ai quali impostare la procedura valutativa. Rappresenta infatti un ulteriore elemento di irrigidimento perché sostanzialmente rifiuta di prendere in considerazione tutti quegli elementi di esternalità che sfuggono alla programmazione. Elementi che non sono da derubricare a imprevisti trascurabili, ma da trattare come fattori centrali, in particolare se l’impatto assume, come dovrebbe, un orientamento verso obiettivi di autentica trasformazione sociale (come ricordato dallo stesso Castello e da altri, come Calderini e Venturi su questo sito) e assume a riferimento non solo un “pubblico target” ma la comunità (come indicato anche nella norma di riforma del terzo settore).

Ciò non significa naturalmente rinunciare a stabilire i "Kpi" (Key Performance Indicator, ndr) valutativi pena il rischio di smarrire l’intenzionalità del cambiamento atteso. Ma la loro influenza a livello metodologico, e più in generale sul design del progetto o della politica, va governata attraverso quella meta competenza dialogica che è tutt’altro che da denigrare. Senza capacità di dialogo e di negoziazione con gli stakeholder della valutazione si rischia infatti di inaridire un contesto tutto sommato favorevole rispetto a questa tematica e, più in generale, all’innovazione sociale.

 


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