PRIVATI / Aziende
Welfare aziendale, Italia in ritardo
27 giugno 2013

Italia ancora in ritardo in Europa sul fronte del welfare aziendale. È quanto risulta da un’analisi realizzata nell’ambito del progetto «Welfare, Italia. Laboratorio per le nuove politiche sociali» di Censis e Unipol Gruppo Finanziario, e presentata ieri a Roma. 

Guardando ai numeri, secondo la ricerca solo il 49% delle imprese italiane adotta forme flessibili degli orari di lavoro.

In Italia, prosegue la nota, il 59% dei lavoratori deve rispettare un orario stabilito rigidamente dalla propria azienda, percentuale più alta che in Germania (55%), ma soprattutto rispetto a Finlandia (45%), Olanda e Svezia (40%). Nel nostro Paese anche la diffusione del part-time (17%) è inferiore alla media europea (20%).

Censis e Unipol mettono in evidenza che gli strumenti di welfare aziendale possono aiutare molte famiglie, migliorare la qualità della vita di lavoratori e lavoratrici, contribuire a maggiori livelli di occupazione. Le esperienze finora condotte in Italia e all’estero dimostrano che più welfare aziendale significa maggiore motivazione dei lavoratori, migliore qualità della vita, una più buona copertura sanitaria e previdenziale, in una prospettiva di modernizzazione dell’organizzazione del lavoro.

Un concetto emerge con chiarezza: migliori condizioni di lavoro e un supporto diretto alle famiglie fanno crescere la produttività aziendale e potrebbero accrescere i livelli occupazionali, soprattutto sul fronte femminile: per prendersi cura dei figli e 350.000 persone hanno rinunciato a cercare lavoro.

Leggi l'approfondimento su EticaNews, 27 giugno 2013.

 
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Marco Ghezzi | 19.07.2013
innanzi tutto complimenti per il sito: leggo notizie interessanti e confortanti. riguardo alla copertura sanitaria offerta dai fondi sanitari, mi chiedo come mai spesso tra le prestazioni escluse via siano la consulenza psicologica e la psicoterapia. possibile che non risulti ormai evidente che un'azienda che si prende cura del benessere psicologico del proprio dipendente, si prende nello stesso tempo cura del benessere del clima aziendale e, di conseguenza, della motivazione del singolo individuo a partecipare proattivamente al successo proprio e dell'azienda che lo aiuta, tra le altre cose, riducendo costi dovuti a turn-over e malattia? possibile che la gran parte delle aziende non sia a conoscenza che il sistema pubblico del welfare italiano non è strutturato per affrontare la cosidetta "patologia psichica minore", che tradotta in linguaggio affettivo vuol dire situazione di crisi, blocco, difficoltà spesso transitoria e trattabile anche con un numero limitato di incontri? possibile che la cultura prevalente sia quella che non riconosce il disagio psicologico come un problema ricorrente, umano e risolvibile, che rimane tale se non negato, diversamente evolve in patologia? possibile che non si riconosca che la situazione di crisi economica che stiamo vivendo in italia più che altrove, è strettamente correlata con l'incapacità di riconoscere la propria fallibilità, l'aridità creativa e l'estrema difficoltà a calarsi in una dimensione di cambiamento e di emancipazione da modelli culturali autoreferenziali? questa è prevalentemente una responsabilità della classe dirigente. mi piacerebbe avere delle risposte.
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