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Smart Working: la proiezione dei benefici per il Sistema Paese
Il 36% delle grandi imprese ha progetti di smart working strutturati. Restano indietro le Pmi (7%) e la Pubblica Amministrazione (5%)
01 novembre 2017

L'Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano monitora dal 2012 l’evoluzione del nuovo modello di gestione delle risorse umane basato su flessibilità ed autonomia dei dipendenti, che sono responsabilizzati a scegliere spazi, orari e strumenti di lavoro. Nel corso del seminario “Smart Working: sotto la punta dell’iceberg” è stato presentato il sesto rapporto di ricerca, di cui vi riportiamo qui i principali contenuti.


Il tema e gli obiettivi della ricerca

Lo Smart Working, come recentemente definito dalla Legge 81/2017, è una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato, stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell’attività lavorativa. Si tratta di uno strumento che suscita crescente interesse tra i lavoratori, le imprese e anche le Pubbliche Amministrazioni - che, secondo la Direttiva 3/2017 della Legge Madia sono esplicitamente chiamate ad attuare delle sperimentazioni in merito -.

Alla luce della nuova cornice normativa e delle potenzialità di espansione, l’Osservatorio Smart Working si è proposto di monitorarne la diffusione, approfondire le iniziative attuate, comprendere il supporto che le tecnologie possono darvi, identificare le best practices e stimare gli impatti sul territorio nazionale.


La metodologia di analisi, il campione analizzato e i risultati ottenuti

L’analisi condotta ha coinvolto 216 grandi imprese (con un numero di dipendenti superiore a 250), 571 PMI (con un numero di dipendenti compreso tra 10 e 249), 289 Pubbliche Amministrazioni e 1.034 lavoratori, attraverso una survey on line e interviste ai Responsabili delle Risorse Umane e dei Sistemi Informativi, per comprenderne la prospettiva strategica e organizzativa. Sono stati anche approfonditi 35 case-study, alcuni dei quali raccontati dagli stessi protagonisti nel corso del seminario e premiati come paradigmatici per capillarità e modalità gestionali.

E’ risultato che lo Smart Working è presente con modalità strutturate nel 36% delle grandi imprese - di queste il 39% ricorre al lavoro agile in modo sperimentale, il 35% è in fase estensiva e il 26% a pieno regime. In questa quota di aziende con oltre 250 dipendenti, il 38% sono smart worker e il 47% di loro lavora completamente in remoto. Tra le PMI, invece, il 7% delle aziende intervistate ha avviato un progetto strutturato e il 15% ricorre allo Smart Working in modo informale; mentre il 5% delle PA presenta iniziative strutturate e il 4% non strutturate.

Per quanto riguarda le motivazioni, si rilevano delle specificità rispetto ai comparti: mentre le grandi imprese ricorrono allo Smart Working principalmente come strumento di conciliazione vita-lavoro (63% dei casi) e per un orientamento al risultato (48% dei casi) e le PMI lo applicano per ottenere maggiori livelli di produttività (63% dei casi), le PA pongono attenzione ai benefici sia conciliativi (54% dei casi) che produttivi (63% dei casi).

Secondo le analisi del campione, gli ostacoli principali all’adozione di pratiche di lavoro agile paiono essere di natura culturale: il 55% delle grandi imprese, il 53% delle PMI e il 64% delle PA ritengono che non sia uno strumento applicabile e nel 45% delle grandi imprese sono gli stessi datori di lavoro a non essere interessati alle prospettiva di nuove modalità di gestione del personale. Queste percentuali, da un lato, spiegano come nel 2017 il numero di smark worker sia solo pari al 7% della forza lavoro, ma, dall’altro lato, sono disallineate rispetto ai benefici potenziali dello Smart Working, anche per il Sistema Paese.

Per le evidenze della Ricerca, infatti, adottando un modello do Smart Working maturo, l’incremento di produttività per ciascun lavoratore è pari al 15%. Secondo i dati Istat, gli occupati in Italia nel 2016 sono stati 22.753.000, con un costo del lavoro medio rilevato da Eurostat nell’ordine di 27.800 euro, in questa situazione, stimando che il numero dei potenziali smart worker è pari al 70% degli attuali occupati, l’effetto complessivo dell’incremento della produttività media in Italia sarebbe pari a 13,7 miliardi euro. Inoltre, ipotizzando che ogni lavoratore, anche per un solo giorno alla settimana, ricorra al remote working, le mancate trasferte si tradurrebbero in 40 ore di tempo libero in più per persona e un risparmio in termini di emissioni pari a 135 kg CO2 all’anno.


Qualche considerazione sul tema e sulla ricerca

Complessivamente l’analisi del Politecnico e le esperienze aziendali presentate mostrano che il fenomeno dello Smart Working è rilevante nei benefici e ormai concreto nel tessuto produttivo italiano. Si tratta di un driver per il raggiungimento delle pari opportunità, cui le aziende possono ricorrervi come strumento di attrazione dei talenti e i dipendenti come incentivo alla responsabilizzazione e all’autoimprenditorialità.

Dalle esperienze riportate durante il seminario, è risultato chiaro che il lavoro agile è possibile se vi sono in azienda modelli di HR orientati ai risultati e elevati livelli di fiducia tra capi, dipendenti e colleghi. Dato il salto culturale che il ricorso a questo strumento presuppone, sono necessari momenti di analisi e di preparazione al cambiamento che lo Smart Working comporta nella concezione del lavoro. In questa direzione, la Ricerca 2017 dell’Osservatorio Smart Working è un utile strumento comunicativo, che aiuta a fare chiarezza sulle modalità operative per ingaggiare dipendenti e livelli intermedi verso un nuovo modo di intendere come si può (anche) lavorare.


Riferimenti

Seminario “Smart Working: sotto la punta dell’iceberg”

 


Welfare e Utilities: il quarto rapporto di Utilitalia sulla managerialità femminile

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