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Da ostacolo a opportunità: se la maternità vale più di qualsiasi master
Le dipendenti che diventano mamme non sono un problema ma una ricchezza per le aziende. Valeria Farina ci racconta cosa c'è alla base di maam.
05 settembre 2016

La maternità non è un ostacolo che indebolisce le aziende ma, al contrario, una opportunità che le rende più forti e competitive. È il presupposto fondamentale su cui si basa maam - maternity as a master, progetto nato dal 2013 che, attraverso una lunga serie di ricerche, interviste, focus group e sondaggi, ha permesso di sviluppare una innovativa teoria di cambiamento in cui le competenze genitoriali diventano la base per ripensare nel profondo l’organizzazione del lavoro e la dimensione della leadership. Prima attraverso un libro di successo, poi tramite una piattaforma online sempre più complessa, quello di maam è ormai un approccio adottato da decine di aziende nazionali e internazionali. Abbiamo chiesto a Valeria Farina, che per maam si occupa di Sales&Marketing, di raccontarci i tratti più interessanti di questa iniziativa.


Da dove nasce l’idea di maam
?

Maam nasce in Italia, Paese in cui come sappiamo il tema “donne e lavoro” si inserisce in un contesto sociale, economico e culturale non propriamente roseo. Mi limito a segnalare alcuni fatti: l’occupazione femminile si attesta al 46% contro una media europea del 60%; la partecipazione socioeconomica delle donne nel 2015 si posizionava al 111° posto su 142 paesi; secondo l'Istat 1 donna su 4, non torna al lavoro dopo la maternità; in Europa siamo il Paese con la più alta percentuale di famiglie monoreddito, pari al il 37%; il tasso di fertilità è tra i più bassi del mondo: appena 1,4 figli per nucleo familiare.

In Italia la maternità viene trattata dal sistema come un’anomalia: una “crisi” che si ripete sempre uguale e che spezza il ritmo del lavoro e della carriera delle donne. Sempre nel nostro paese, però, le aziende cercano sempre più disperatamente di reclutare persone con forti competenze relazionali, con capacità di problem solving e di innovazione, dotate di visione e senso di responsabilità, capaci di gestire il tempo e le priorità, in grado di far crescere progetti e persone. Guarda caso proprio le competenze che possiede chi, come una mamma, si prende cura degli altri!

Sintetizando potremmo dire che, da un lato, maternità = crisi lavorativa e, dall'altro competenze relazionali = sviluppo lavorativo. L'idea che ci siamo dati è che partendo da questi elementi si potesse creare una nuova analogia: maternità = sviluppo lavorativo. Per farlo basta scomporre la maternità nei suoi due fattori di base: si è assenti dal lavoro, ma nello stesso tempo di sviluppano competenze. E in quale altro contesto succede che l'assenza dal lavoro coincida con lo sviluppo di nuove competenze? Nei master. Questo è stato il pensiero semplice da cui è nato maam, che appunto significa maternity as a master.


E questa analogia come ha preso vita?

Per un anno, nel 2013, il team di maam ha fatto ricerca sulla sua intuizione iniziale. Le neuroscienze, le scienze comportamentali, le evidenze empiriche hanno confermato la nostra tesi. Da lì si è aperto il confronto con le donne attraverso focus group e interviste semistrutturate da cui sono emersi dati significativi e potenti. Ci hanno aiutato in questo percorso Andrea Prandin dottore in Scienze dell’Educazione, consulente pedagogico, formatore e; Diletta Cicoletti, sociologa, ricercatrice sociale, formatrice e consulente; e AnnaMaria Passaggio, che è coach ontologico, counsellor ad approccio centrato sulla persona e facilitatrice di gruppi. Riporto una sintesi della ricerca svolta con loro, che credo possa ben spiegare il percorso che abbiamo fatto e alcuni dei dati che abbiamo raccolto:
 

“È stato interessante rilevare come anche la maternità, come tutte le esperienze in cui anche solo per un momento si perde il controllo di ciò che accade e di ciò che siamo, sia una esperienza che trasformi e che spesso attivi delle vere e proprie scelte di vita (e quindi cambiamenti). È come se accadesse qualcosa rispetto alla propria “vocazione” o identità e si costituisse un’occasione per prendercene cura, recuperando la dimensione temporale, ma anche quella emotiva, la dimensione relazionale e quella individuale o soggettiva. Un vero “percorso benessere”, che può transitare, e anzi di frequente accade, per momenti di crisi e di fatiche, momenti in cui ancora una volta si può attingere ad energie inedite per proseguire nel percorso verso la consapevolezza con una maggiore forza e presenza per sé e per gli altri. Questa forza rivoluzionaria fa il suo ingresso in azienda o nel mondo del lavoro proponendo una presenza sicuramente differente

La maternità/genitorialità, come tutte le altre esperienze di forte cambiamento, sono “potenzialmente” trasformative e generatrici di competenze. In questo senso la transilienza non è di per sé “automatica” rispetto ad alcune esperienze di vita. Inoltre, quanto avviene, sembra avere livelli di consapevolezza molto differenti. In diverse occasioni infatti è sembrato che le domande di ricerca aiutassero le intervistate a focalizzare e vedere (consapevolizzare) alcune trasformazioni e nuove competenze già in atto nella propria pratica professionale. 

Ecco allora che maam si inserisce come strumento di accompagnamento alla consapevolezza di per sé “non automatica”, evitando anche l’emergere nel processo di cambiamento di derive opposte: involuzione, irrigidimento, chiusura bisogno di controllo, autocentratura. Il progetto maam si costituisce quindi come un progetto che ha una funzione, sia per i partecipanti che per i loro contesti di lavoro, di tipo trasformativo - e non di tipo istruttivo o semplicemente formativo”.


A queste evidenze raccolte attraverso i focus group e le interviste, tra giugno e settembre del 2014, è stato affiancato un sondaggio su un campione casuale di lettrici del blog 27esima ora del Corriere della Sera, a cui hanno risposto oltre 1.100 donne portando alla luce dati dalla potenza innovativa rivoluzionaria: l’87,5% ha detto che, da quando è diventata madre, ha migliorato la capacità di gestione del tempo, l’86% la capacità di ascolto e l’86% ha più energia nel fare le cose. Tra le capacità acquisite o migliorate occupandosi dei figli e utili sul lavoro, le donne hanno indicato per il 36.5% il time management, 14,2% la pazienza e la tenacia, l’11,6% l’ascolto attivo, il 10.4% il multitasking. La ricerca è poi proseguita con incontri formativi diretti al pubblico delle madri guidati da coach/ricercatori sociali, sia fuori che nelle aziende tra cui citiamo Nestlè, Luxottica, Pirelli, Unicredit, Invitalia, Valore D, Barclays Italia, Ikea, Barilla, Schneider Electric.


E poi cos'è successo?

Nel settembre 2014 è uscito con BUR il libro “Maam: maternity as a master”. Si tratta di un saggio ripercorre le tematiche chiave di questo innovativo percorso di cambiamento in cui le competenze genitoriali diventano la base per costruire pratiche di leadership. Si parte proprio dalla maternità per ripensare nel profondo l’organizzazione del lavoro, abbattendo gli ostacoli che oggi limitano la crescita delle persone e formando leader capaci di affrontare le sfide del presente con competenza e creatività. Il ibro è stato scritto da due grandi esperti della questione: Riccarda Zezza e Andrea Vitullo. Riccarda è ricercatrice, blogger, docente e consulente sui temi della diversity, dell’occupazione femminile, dell’innovazione e della leadership. Ha lavorato per molti anni in grandi aziende in Italia e all’estero e nel 2012 ha fondato “Piano C: il lavoro incontra le donne”, per proporre nuovi modelli organizzativi che sfruttino appieno il valore aggiunto della diversità. Andrea, che ha un passato manageriale nel marketing e nella comunicazione in aziende multinazionali, oggi è ispiratore di organizzazioni ed Executive Coach di imprenditori e manager. È stata senza dubbio un lavoro positivo, come dimostra anche il fatto che ad oggi il volume ha venduto oltre 5.000 copie. 

 

Se non sbaglio c'è stato un altro passo avanti rispetto al volume

Ad inizio 2015 è maturata la consapevolezza che la “rigidità” della formazione tradizionale era un limite da superare per aumentare la scalabilità dell’impatto sociale del nostro progetto. Da qui l’idea di sfruttare la tecnologia per aumentare sensibilmente la capillarità del programma maam. A ottobre 2015 è quindi nato maam U. Si tratta di una piattaforma digitale con contenuti multimediali, pensieri, esercizi e riflessioni; ed è anche un network in cui lo scambio e il confronto con le altre donne permette alle partecipanti di consolidare il proprio apprendimento e trovare risposte a tematiche di diversa natura. Maam U si presente con un formato digitale semplice da usare, interattivo, dotato di una componente social che ne aumenta valore e utilizzo e ad oggi è l’unico programma al mondo che valorizza il potenziale formativo dell’esperienza di maternità, trasformandola in una palestra di competenze soft utili anche sul lavoro, e restituendo all’azienda una risorsa più forte e consapevole: proprio come se la lavoratrice rientrasse al lavoro dopo un master.


Questo salto digitale fatto con maam U come è andato? Puoi darci qualche dato?

Il programma sembra portare benefici alle donne sia a livello emotivo sia a livello cognitivo, stimolando l’empowerment sia nella sfera personale, sia in quella lavorativa. Le donne che concludono il programma dichiarano di avere una maggiore consapevolezza di sé, della propria identità e dei cambiamenti che stanno vivendo, una maggiore consapevolezza delle proprie capacità e una maggiore fiducia nella possibilità di poterle utilizzare per integrare i diversi ruoli che si trovano o si troveranno ad interpretare. Si dicono inoltre più capaci di leggere e intrepretare la loro esperienza e di poterla integrare in progetti di vita coerenti e aperti al futuro. Infine, alcune dichiarano di avere avuto un beneficio anche nel rapporto emotivo con la propria azienda, che percepiscono come orientata ad investire su di loro e sulla loro nuova identità.

 Il primo anno di attività si è concluso con il coinvolgimento di 11 aziende, tra cui ci sono anche alcune grandi realtà del panorama italiano e internazionale. Il primo cliente è stato Poste Italiane a settembre del 2015, poi a novembre sono arrivate Unicredit e UBS Wealth management global Zurigo, per cui è stata sviluppata una versione in inglese della piattaforma. Nel primo semestre del 2016 si sono aggiunte Unilever, Zurich e altre società stanno per partire.

I dati parziali sugli utenti della piattaforma sono sicuramente incoraggianti e segnano una crescita importante. Speriamo che  la base dati, sia qualitativi sia quantitativi, permetterà presto una misurazione più sistematica. Parallelamente ad una nuova release della piattaforma stiamo implementando un sistema di misurazione dei risultati e dell’impatto del programma. Si tratta di un obiettivo ambizioso, perché implica la costruzione di una metrica che, pur rigorosa, eviti riduzionismi e salvaguardi il valore innovativo del programma e del suo metodo.


Chi c’è dietro quest'ultimo prodotto?

Maam U viene diffuso da A.R.G., una startup innovativa che crea nuove soluzioni digitali per sviluppare il capitale umano, in particolare per le donne che lavorano, e progetta pratiche ibride che trasformano le esperienze della vita in una palestra di formazione, sviluppo e rafforzamento delle soft skill. La società ha 3 soci: accanto ai già citati Riccarda e Andrea c’è Giacomo Neri, che è la mente digital dietro all’innovativo percorso di formazione di maam U. Vive a Copenaghen dove, con la sua società di consulenza WiseBits, progetta sistemi di formazione digitale insieme a startup e aziende con ambizioni globali.

Accanto ai 3 soci lavora poi un team di 5 persone, di cui faccio parte anche io, che seguono il cliente dalla vendita allo sviluppo e garantiscono un prodotto sempre rispondente alle esigenze di mercato. Raffaele Giaquinto segue il cliente nell’attivazione di maam U, Marco Palminiello si occupa di sviluppo estero, Silvia Azzolina segue la comunicazione, Chiara Levi è la Community Manager mentre Silvia Bona è coordinatrice del team scientifico e di ricerca, grazie al cui supporto riusciamo ad avere sempre una visione approfondita e una lettura puntuale dei dati da portare alle aziende e al mercato. C'è poi un comitato scientifico di cui siamo particolarmente orgogliosi, composto da Umberto Galimberti, Stefania Piloni, Paolo Venturi, Valeria Viale, Josè Compagnone e Lisa Julita.


Nello sviluppo di maam si fa spesso riferimento al Based Learing, puoi spiegarci meglio di cosa si tratta?

Il Life Based Learning è un modello di apprendimento che nasce dalla consapevolezza che il lavoro oggi sta assumendo una complessità che richiede nuovi paradigmi per lo sviluppo professionale. Il lavoratore si deve avvalere di competenze di relazione, innovazione, gestione che spesso sviluppa nei diversi contesti della propria vita. Il lavoro è solo uno di questi, accanto a famiglia, tempo libero, volontariato, sviluppo personale. L’apprendimento, quindi, deve essere pensato in un’ottica multidimensionale: ogni esperienza è un’opportunità di sviluppo di competenze che se riconosciute, registrate, capitalizzate ed utilizzate diventano risorse personali disponibili in ogni contesto di vita. Nello sviluppo professionale spesso si investe in formazione, trascurando di esplorare gli apprendimenti già disponibili, semplicemente perché derivanti da altre fonti. Maam traduce in pratica tutte queste istanze: la metafora della maternità come un master guida un processo di consapevolezza ed abilitazione di risorse che le donne naturalmente stanno o hanno sviluppato, e che possono renderle più forti in ogni ruolo che sceglieranno di ricoprire.


Ma, esattamente, quali sono le competenze che si sviluppano con maam?

Il World Economic Forum nel report The future of Jobs del marzo scorso  ha pubblicato una mappa delle competenze necessarie alle professioni dell’attuale e futuro contesto lavorativo, trasversali ai settori e alle famiglie professionali. Moltissime sono quelle che le donne acquistano o allenano con le prime fasi della maternità. Facendo riferimento alle ricerche nazionali ed internazionali e confrontandole con i dati empirici raccolti nei workshop, nei focus group, nelle interviste e nell’interazione con la piattaforma maam U; si è progressivamente costruita una griglia di 12 competenze divise in 3 aree (relazionale, organizzativo/gestionale, di innovazione), alle quali se ne aggiunge una trasversale (networking).

Queste 13 competenze, sono inoltre alla base di una “supercompetenza”, la leadership generativa, ovvero la capacità di far crescere gli altri. Lo sviluppo della consapevolezza di questa leadesrhip naturale è alla base dell’intero processo di apprendimento per le donne di maam, ma anche dell’ambizioso cambio di paradigma che maam intende portare nel lavoro. Attualmente, i dati che la piattaforma ci restituisce confermano un effettivo sviluppo della consapevolezza da parte delle donne sullo sviluppo di tali competenze. In modo particolare, rispetto alle parole utilizzate per descrivere i loro apprendimenti come mamme, ricorrono con maggiore frequenza: intelligenza emotiva, gestione delle priorità, problem solving, presa di decisione, agilità intellettuale.


Che progetti avete per il futuro?

Il valore aggiunto del prodotto digitale è il miglioramento continuo conseguente alla mappatura del suo utilizzo e all’analisi dei feedback che riceviamo. L’evoluzione nel prossimo futuro seguirà due direttrici: lo sviluppo del prodotto e l’apertura del mercato. Nello sviluppo del prodotto la prima innovazione sarà l’inclusione dei padri con la creazione (in uscita nell’autunno 2016) di una piattaforma dedicata a loro. Per quanto riguarda l’apertura del mercato stiamo raccogliendo best practice da UBS in Svizzera e da un altro nostro cliente (di cui non abbiamo la spendibilità del nome) che ha già avviato maam U a livello globale. Siamo presenti, ad oggi, in 122 città e una delle nostre ultime iscritte è una donna dal Vietnam; per chi, come noi, ha l’ambizione di voler cambiare il mondo non è male come inizio!

 

 


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Luisella | 13.09.2016
Articolo molto interessate su un tema, purtroppo, spesso trascurato, aprire l esperienza anche alle non mamme forse potrebbe arricchire
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