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Flexible benefit e Piani di welfare aziendale: cosa dice il mercato?
I risultati della Quick-Survey di Valore Welfare offre dati interessanti sugli ultimi sviluppi del settore
16 febbraio 2017

La società Valore Welfare, advisor indipendente specializzato nella consulenza alle imprese per l’ottimizzazione e la creazione di valore lungo il percorso di costruzione e miglioramento dei piani di welfare aziendale, ha condotto la prima edizione 2017 della sua Quick-Survey, un'analisi interna rivolta ai principali clienti del suo portafoglio per valutare i trend operativi in materia di Piani di Flexible Benefit (PFB).

L'obiettivo della ricerca è quello di restituire al mercato alcune indicazioni sui Piani di Flexible Benefit (PFB) realizzati nell'ultimo anno. Questi si differenziano dai veri e propri Piani di Welfare Aziendale (PWA) in quanto sono sostanzialmente meccanismi di remunerazione delle performance raggiunte, ovvero - come nel caso di Premi di Risultato detassati (PdR) - sostitutivi della remunerazione monetaria. I PWA, invece, coniugano politiche di Responsabilità Sociale d’Impresa - attraverso servizi in grado di innalzare il benessere e la sicurezza sociale del lavoratore e della sua famiglia - con iniziative e meccanismi d’incentivazione dei dipendenti verso il raggiungimento di più elevate e durature performance, facendo leva sulla motivazione, sul commitment e sulla loro identificazione con gli obiettivi ed i valori dell’azienda (con positivi effetti anche sulla brand reputation).


I principali risultati della survey: le imprese

Il panel delle aziende preso in esame si caratterizza per la sua trasversalità rispetto ai settori produttivi: ne fanno parte imprese manifatturiere, aziende del terziario ed alcune realtà pubbliche. Dai principali risultati risulta che i PFB sono prevalentemente diffusi nelle imprese manifatturiere (70% del campione), seguite (26%) dalle realtà del terziario (in particolare banche). Il restante 4% si riferisce alla pubblica amministrazione (Autority ed Enti Pubblici non economici), prime avanguardie di possibili sviluppi futuri del WA anche nel vasto ambito del pubblico impiego.

Quanto alla fonte istitutiva, prevale ancora l’unilateralità (oltre il 50% dei casi). Si fa strada, però, la sempre più frequente sottoscrizione di contratti integrativi che, nel 70% dei casi, sono stati depositati al fine di poter fruire della defiscalizzazione prevista per i Premi di Risultato (PdR). Quest’ultima modalità, come noto, consente la welfarizzazione degli importi premiali dovuti ai dipendenti a fronte del conseguimento di prefissati incrementi di produttività.

Nella visione delle aziende non sempre risulta chiara la differenza tra PWA (corrispondenti ad un investimento specifico che l’azienda stanzia al fine di migliorare il benessere dei lavoratori e delle loro famiglie, prefissandosi obiettivi di “ritorno di valore” per entrambi gli stakeholder coinvolti: impresa e beneficiari) e PFB che, frequentemente, derivano (e sempre più in futuro deriveranno) dalla welfarizzazione del PdR i quali, però, hanno il non secondario inconveniente della variabilità collegata alla loro fonte istitutiva (la corresponsione dal PdR che, come tale, non è assicurata nel lungo periodo. E talvolta non può esserlo neppure nel breve).

La survey, infine, sfata un vecchio dogma: i Piani di Flexible Benefit sono diffusi anche nelle PMI. Nella fascia fino a 500 dipendenti si concentra, infatti, il 43% dei casi analizzati.


Le caratteristiche dei beneficiari del welfare

Quanto al profilo anagrafico dei beneficiari, il panel considerato ha evidenziato una netta prevalenza di over 35 (oltre il 60%) ma anche incidenze significative di over 50 in alcune realtà. E’ un dato, quest’ultimo, che negli anni a venire sarà destinato a consolidarsi verso la parte alta dell’asticella perché è in atto, come noto, una progressiva crescita dell’incidenza dei profili senior negli organici di tutte le imprese.

Il valore medio annuo del welfare wallet (ossia l’entità economica del budget di cui può disporre il singolo beneficiario) è di circa 650 euro usualmente poi ripartito dai lavoratori in due o tre macro-aree di servizi. Per quanto riguarda le scelte fatte dai dipendenti in materia di welfare, anche se fra le priorità usualmente indicate come rilevanti dai dipendenti ci sono l’assistenza sanitaria integrativa e la previdenza complementare, in concreto le scelte operate nell’ambito dei PFB sono poi differenti e più vicine a misure di sostegno al reddito. In particolare, il 36% dei casi è indirizzato verso il rimborso di spese quali: acquisto libri di testo, pagamento rette di asili e scuole e di servizi scolastici in genere (e l’incidenza di tali scelte sale al 47% dei dipendenti nella fascia fra 40-50 anni). A seguire (13%) Cultura/Sport/Viaggi (34% tra i dipendenti under 35) e Buoni Acquisto (11%). 

La survey e le scelte effettuate dai lavoratori, inoltre, evidenziano alcuni punti di attenzione su cui sarebbe necessario soffermarsi:

  • il dipendente, senza un adeguato Piano di Comunicazione e d’indirizzo, incontra difficoltà sia nelle scelte (inclusa la non presenza di servizi adeguati) sia nell’integrale destinazione del suo welfare wallet nei tempi programmati e definiti dal PFB;
  • con una fruizione “on demand”, dove ogni lavoratore può scegliere quali beni o servizi, la scelta cade su servizi immediatamente fruibili trascurando le iniziative di tutela sociale ed economica di lungo periodo (welfare life cycle);
  • un PFB non può mai essere equivalente ad un PWA in quanto un PWA è sempre associato ad una people strategy di lungo periodo (a sua volta parte della più ampia business strategy dell’impresa) ed è sempre completato da interventi in grado di sostenere il lavoratore con iniziative continuative, come nel caso della previdenza complementare e l’assistenza sanitaria integrativa.


L'implementazione del welfare aziendale

Quanto alle modalità operative prescelte per la gestione dei PFB, l’orientamento prevalente delle grandi imprese (già perseguito o in procinto di esserlo) è l’outsourcing tramite individuazione di un provider in grado di assicurare, con un’apposita piattaforma web, la complessiva gestione delle transazioni ed il controllo di regolarità nella fruizione dei servizi. Nelle PMI, con il decrescere della popolazione interessata, la scelta di gestire l’operatività in house è ancora prevalente, ma il 75% delle aziende intervistate sta considerando l’esternalizzazione.

Infine, facendo un passo indietro, sono state esaminate le modalità di costruzione del percorso che, a prescindere dalle scelte unilaterali o bilaterali di creazione del PFB, ha condotto all’introduzione del piano. Si tratta dell’analisi di modalità basate, alternativamente, sullo sfruttamento di know-how interno ovvero sull’apporto esterno di competenze specializzate di tipo consulenziale. Nel 74% dei casi le grandi imprese ormai fanno da sé (nei grandi gruppi è presente in alcuni casi la figura del Welfare Manager), mentre le PMI si avvalgono di consulenza specialistica esterna in oltre l’80% dei casi.

Ancora non molto diffusa e soprattutto non scientificamente organizzata è l’attività di monitoraggio dei risultati e di fine tuning sia dei PWA che dei PFB sulla base dell’andamento di specifici KPI (viene attivata solo nel 35% dei casi, soprattutto da grandi imprese e con l’ausilio di consulenza specializzata).

In crescita, invece, la richiesta di servizi di scouting (anche da parte delle grandi imprese) per la selezione dei provider dei servizi di supporto al Welfare Aziendale (SSWA). Questa specifica attività consulenziale è ritenuta utile dal 75% delle imprese complessivamente intervistate, incluse le grandi imprese, sulla premessa che, trattandosi di un mercato “nuovo”, anche le aziende dotate di apposite strutture di procurement sembrano necessitare di assistenza per acquisire le giuste competenze in ordine alle dinamiche ed alla composizione del settore dei SSWA. L’offerta di tali servizi è fondamentalmente incentrata sulla disponibilità di portali web, ma questo strumento operativo e gestionale non è più l’unico: cresce infatti l’interesse per la voucherizzazione dei servizi resa ora possibile dall’Art. 51, c. 3-bis. Anche questa, però, è una novità per i buyer e l’offerta di servizi di scouting risulta interessante per quasi tutte le aziende intervistate.

 


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