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Le nuove frontiere per i contratti di rete: quali implicazioni per i dipendenti?
Il volume curato da Lorenza Bullo per Wolters Kluwer si concentra sul tema delle reti d'impresa, riprendendo anche le opportunità e i rischi legati al welfare aziendale
30 gennaio 2019

Le reti d’impresa rappresentano uno strumento giuridico-economico di cooperazione tra aziende che si impegnano reciprocamente a collaborare per un obiettivo comune. Per osservare più da vicino questo interessante fenomeno, vi proponiamo qui una recensione del volume “I contratti di rete e le nuove frontiere del contratto. Modelli giuridici e strutture economiche a confronto”, curato da Lorenza Bullo per Wolters Kluwer. L’opera offre un’accurata analisi teorico-scientifica in merito a quella che è normativa sui contratti di rete tra imprese, realizzando alcuni affondi sulle opportunità di tali strumenti in materia di welfare aziendale.


Reti per il welfare aziendali: vantaggi per i lavoratori, le famiglie e il territorio

Prioritariamente, e per stessa previsione del legislatore, il contratto di rete è stato utilizzato per intraprendere percorsi di innovazione e di internazionalizzazione, utili al rilancio dell’economia italiana ed idonei a rivitalizzare il sistema produttivo imprenditoriale in una situazione di crisi internazionale e di globalizzazione dei mercati. In molti precedenti articoli, abbiamo però evidenziato come tali dinamiche possano rappresentare una strategia anche per la diffusione del welfare: nell’ultimo decennio, infatti, molte imprese hanno intrapreso la strada dell’aggregazione per facilitare l’introduzione di piani di welfare aziendale a favore dei dipendenti.

Evidenti ne sono i vantaggi, soprattutto tra le piccole e medie imprese che, in logica cooperativa, riescono così a supplire ai limiti monetari e organizzativi caratteristici delle strutture produttive di dimensioni ridotte. In questo modo, le forme premiali per la forza lavoro, i cui effetti positivi si producono anche al di fuori del contesto lavorativo, divengono largamente accessibili. Tutto ciò con effetti positivi in termini di produttività e attrazione di capitale umano di qualità per tutte le realtà economica coinvolte.

In questo senso, dunque, il fatto che l’azienda in cui si è impiegati partecipi ad un contratto di rete costituisce un surplus per i dipendenti. Ma cosa succede in caso di “distacco” del lavoratore? Il volume “I contratti di rete e le nuove frontiere del contratto” aiuta proprio a far luce su questa ipotesi e sulle sue conseguenze. Vediamo qui alcuni elementi del focus contenuto nel quarto capitolo della pubblicazione ed esplicativo di cosa si intende per distacco e di quale può essere la sua applicazione nell’ambito di una rete.


Il “distacco” del lavoratore e la sua applicazione nelle reti di imprese

Il “distacco” è l’istituto giuridico tramite il quale il datore di lavoro (distaccante) “pone temporaneamente uno o più lavoratori (distaccati) a disposizione di un soggetto terzo (distaccatario), per eseguire una determinata attività” (p.407). Si realizza quindi una modifica unilaterale per cui cambiano le modalità di esecuzione della prestazione lavorativa, ma permane il rapporto di lavoro originario. Per quanto riguarda la legittimità, sono richiesti i requisiti di temporaneità e di sussistenza di interesse del distaccante, che continua ad essere responsabile del trattamento economico e normativo a favore dei distaccati. Complessivamente, si tratta di una situazione necessariamente temporanea, dal termine determinato o determinabile, tesa comunque a preservare la professionalità dei dipendenti, che devono prestare consenso al distacco.

In caso di aziende che abbiano sottoscritto un contratto di rete ed essa sia operativa, poi, il legislatore specificatamente “mira a favorire la mobilità del personale [..], semplificando le condizioni di utilizzo dell’istituto del distacco: dal fatto stesso dell’esistenza di un valido ed operativo contratto di rete discende, senza possibilità di prova contraria la sussistenza dell’interesse del contratto” (p.418).


Alcune considerazioni sul volume e sul tema

Come anticipato, il ricorso a forme di economia condivisa (Sharing Economy) supplisce ai limiti dei singoli e consente l’accesso a risorse finanziarie, immateriali e tecnologiche altrimenti precluse; secondo molti, tale dinamica risulta strategica per l’Italia, dove il tessuto produttivo è prevalentemente composto da PMI (come risulta dalle ultime rilevazioni Istat sul tema). Le dinamiche di concentrazione consentono alle aziende coinvolte, da un lato, di ampliare la propria dimensione e, quindi, la competitività sul mercato, ma, allo stesso tempo, impongono anche la condivisione del controllo e dell’esercizio d’impresa. Come noto, però, il contesto imprenditoriale italiano è caratterizzato, storicamente e culturalmente, da una certa resistenza in questo senso.

Così, nel tentativo di coniugare due interessi di fatto contrapposti, per il contratto di rete è stata prevista una normativa volta ad assicurare una flessibilità tale da salvaguardare l’autonomia imprenditoriale dei singoli. Anche grazie a questa accortezza, il fenomeno ha conosciuto una buona diffusione in Italia: secondo Infocamenre, infatti, i contratti di rete attivi nel nostro Paese al 3 dicembre 2018 sarebbe 5.084, mentre le imprese coinvolte 31.283.

Per conoscerne puntualmente tutte le opzioni contrattuali e le responsabilità, nonché le implicazioni strategico manageriali, il volume curato da Lorenza Bullo è sicuramente un’utile lettura che affronta anche aspetti emergenti, come ad esempio il tema delle reti all’interno delle Pubbliche Amministrazioni e i contratti di rete finalizzati alla partecipazione di appalti pubblici.


Riferimenti

Bullo Lorenza, (a cura di), 2017, I contratti di rete e le nuove frontiere del contratto. Modelli giuridici e strutture economiche a confronto, Wolters Kluwer, Milano

 


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