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I contratti di rete come pratica di capitale sociale tra imprese
La recensione del volume di Negrelli e Pacetti, che analizza la diffusione e l'impatto dello strumento in quattro Regioni
13 settembre 2016

Il volume "I contratti di rete. Pratiche di capitale sociale tra le imprese italiane", a cura di Serafino Negrelli e Valentina Pacetti, è il risultato dell’analisi empirica iniziata nel 2012 dal Dipartimento di sociologia e ricerca sociale dell’Università degli studi di Milano Bicocca grazie alla partnership con Scart - Servizi coordinati di assistenza reti territoriali e al finanziamento del programma Ergon Azione 2 della Regione Lombardia. Il libro in questione ha analizzato la diffusione ed il significato del contratto di rete, un nuovo strumento per l’aggregazione delle aziende. Attraverso la discussione dei dati relativi alla presenza e alle forme assunte dai contratti, da una parte, e, dall’altra, l’analisi del ruolo degli attori coinvolti, gli autori presentano le reti di impresa come pratica di capitale sociale.


Un fenomeno in crescita: i contratti di rete, pratiche di capitale sociale tra le imprese italiane

Il fenomeno delle reti di imprese, oggetto di analisi nella letteratura sociologica, economica e giuridica, è una strategia diffusa e sollecitata tra le pmi per diventare più competitive e più innovative e la crisi economica ne ha incentivato il ricorso da parte delle aziende e l’incentivazione da parte delle istituzioni. I contratti di rete, introdotti nel 2009 e pari a 2.621 ad inizio del 2016, vantano un consenso - come argomentato nel secondo capitolo - che, secondo gli autori, è dovuto alla presenza di capitale sociale, vale a dire rapporti di fiducia precedenti alla sottoscrizione, che contribuisce al superamento delle tradizionali diffidenze delle imprese a collaborazioni. Risulta, difatti, che i casi di reti fallimentari rendicontati sono originati dalla mera finalità di ottenere il finanziamento di bandi dedicati alle reti e dal mancato cambiamento dell’ottica limitata di un capitalismo familiare, confermando così la rilevanza del cambiamento culturale che caratterizza soprattutto le nuove generazioni di imprenditori, più sensibili alle opportunità offerte dal fare rete. Con l’adesione al contratto di rete e grazie agli intensi rapporti di cooperazione che esso genera, spesso facilitati dalla presenza del manager di rete - un professionista che può essere assunto congiuntamente dalle imprese aggregate, e dal ruolo delle associazioni imprenditoriali - il capitale sociale viene quindi ulteriormente rafforzato.


L’analisi dei contratti di rete in Lombardia, Emilia Romagna, Veneto e Piemonte

Nei capitoli 3,4,5 e 6 sono presentate le politiche regionali e gli studi di caso, osservati direttamente o ricostruiti grazie alle interviste a testimoni istituzionali o agli attori che ne hanno seguito le varie fasi di genesi, sviluppo e gestione delle criticità. I primi casi presentati sono quelli appartenneti al contesto lombardo e poi, via via, quelli delle tre regioni limitrofe, che sovente sono risultate le sedi delle imprese aderenti ai contratti di rete lombardi. Si apprende così che, dal punto di vista del numero dei contratti di rete, la Lombardia costituisce la realtà più sviluppata del paese, l’Emilia Romagna si caratterizza per una presenza elevata dei contratti di rete, il Veneto per una presenza media e il Piemonte per una presenza ridotta. A spiegazione della diseguale diffusione sul territorio nazionale, gli autori evidenziano politiche regionali molto diversificate o divergenti: si distinguono Regioni che hanno investito molte risorse di tipo finanziario e di servizio, come Lombardia e Emilia Romagna, e altre meno, come Veneto e Piemonte. Emerge come le Regioni che hanno ottenuto i migliori risultati non abbiano tuttavia seguito la medesima strada: c'è chi ha scelto di mettere a disposizione consistenti finanziamenti e poi delegare il processo all’autonomia degli attori, come nel caso lombardo, oppure chi ha preferito dirigere e guidare dall’alto anche la costituzione della rete, come in Emilia Romagna.


I modelli di rete rilevati e le potenzialità organizzative

Alla luce degli studi di caso realizzati e all’analisi delle misure che gli istituti di credito hanno attuato a favore di imprese legate da contratti di rete - tema critico ricorrente nelle interviste a testimoni privilegiati -, gli autori restituiscono una proposta interpretativa della morfologia delle reti, distinguendo tra reti orizzontali - per il mercato -, verticali - per la produzione - e generative - per l’innovazione. Nella prima tipologia rientrano le imprese tra loro simili che si aggregano per raggiungere un peso più consistente su mercato di sbocco, domestico o internazionale e questo caso si è dimostrato efficace per le produzioni di alta qualità o artigianali con la creazione di un brand esclusivo. Le reti verticali o filiere si basano invece sull’esistenza di catene di fornitura e sub fornitura stabili, dunque più eterogenee, e il contratto di rete vi svolge la funzione di rendere esplicite le relazioni esistenti dei membri dell’aggregazione e appunto la presenza di relazioni pre-esistenti riduce i tassi di fallimento della rete. L’ultimo modello, le reti generative, volte a creare un prodotto, un processo, un investimento tra due o più soggetti, sono costituite da imprese medio grandi attive in mercati internazionali con livelli elevati di capitale sociale, quindi è un modello poco rappresentato, secondo quanto documentato.


Conclusioni

Il contributo offerto da questo volume mostra il valore distintivo dei contratti di rete come pratica costitutiva di capitale sociale di reciprocità tra le imprese e le tre condizioni fondamentali in tal senso: "il ruolo proattivo delle politiche regionali e degli attori di rappresentanza degli interessi imprenditoriali; aggregazioni con una certa dotazione iniziale di capitale sociale; adeguatezza dei modelli organizzativi di rete. La ricerca tende inoltre a dimostrare che è soprattutto l’integrazione di questi tre fattori che spiega il successo e le esternalità positive delle esperienze più interessanti e riuscite" (pp 229 e 230).

L’analisi ha fatto emergere anche effetti perversi, cui va prestata attenzione, che "riguardano prevalentemente la portata delle politiche di supporto: [..] la prevalenza di reti <corte>, incapaci di valicare confini regionali, può essere letta come conseguenza del raggio di azione delle iniziative di supporto e incentivazione (e quindi anche come indicatore della presenza di reti opportunistiche) [..] In questo senso, il contratto di rete rischia di mancare l’obiettivo del superamento del localismo" (p. 237).

Sono quindi indicate - nel paragrafo 4 dell’ultimo capitolo - le implicazioni e le raccomandazioni per le politiche pubbliche e condensa l’utilità del lavoro: "incentivare la creazione di contratti di rete può essere ancora utile, ma solo se le risorse saranno orientate a rafforzare il capitale sociale tra le imprese a seconda dei modelli di rete sopra descritti e con interventi regionali, nazionali e sovranazionali più attenti e mirati al coordinamento, agli investimenti nelle risorse umane e all’internalizzazione delle aggregazioni" (p. 240).


Riferimenti

Negrelli S. e Pacetti V. (2016), I contratti di rete. Pratiche di capitale sociale tra le imprese italiane, Bologna, Il Mulino.

 


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