PRIMO WELFARE /
Should I Stay or Should I Go? La Brexit e il nodo del welfare
A pochi giorni dal referendum per la permanenza nell'Unione Europea, una rassegna per comprendere le possibili implicazioni sulle politiche sociali
19 giugno 2016

Uscirà o non uscirà il Regno Unito dall’Unione Europea? Era stato uno dei temi caldi delle elezioni politiche dello scorso anno, e ora il referendum sulla Brexit è ormai alle porte. Il 23 giugno il popolo britannico voterà se restare o uscire dall’Unione. Un risultato sempre più incerto, ma che sicuramente avrà importanti ripercussioni su tutta Europa e tutto il mondo. Ma di che cosa si tratta esattamente, e cosa c’è in palio? Abbiamo raccolto alcuni degli articoli più rilevanti che possono aiutare a comprendere questa complessa questione, selezionando in particolare quelli che la affrontano dalla nostra prospettiva, cioè che pongono al centro dell’analisi le tutele sociali e il welfare. Nodi che come vedremo sono centrali nel più ampio dibattitto sul referendum. 


Una frattura interna?

Sì, perché quella della Brexit non è solo una questione politica o finanziaria, ma ancora prima sociale. Basta guardare alla composizione dei leavers - coloro che vogliono uscire dall'Unione -grazie a strumenti come il Brexit poll-tracker di The Economist: basato sui sondaggi di questi mesi, questo dispositivo permette di seguire i trend delle intenzioni di voto da gennaio a oggi, ma anche di scomporre i dati per regione di residenza, per appartenenza politica, età e fascia di reddito. Emerge che, come racconta anche Internazionale, sebbene abbastanza trasversale, il “problema Europa” è un problema soprattutto inglese - non britannico in generale - e soprattutto degli inglesi che hanno sofferto di più la crisi economica degli ultimi otto anni.

Il primo dato è infatti la frattura netta tra la Scozia europeista (insieme all’Irlanda del Nord) e l’Inghilterra euroscettica – come anche il Galles. La seconda è generazionale: nella fascia 18-24 anni il 60% degli intervistati vorrebbe rimanere in Europa, mentre tra gli ultrasessantenni c’è un 58% favorevole al commiato e solo un 32% che si dichiara per la permanenza. La terza spaccatura, forse quella più rilevante, è quella tra ricchi e poveri. Solo il 38% di chi si definisce professionista o manager vuole il divorzio da Bruxelles, contro il 52% dei colletti blu e dei disoccupati. Tra questi ultimi solo il 31% vorrebbe continuare il matrimonio europeo e in tanti non sanno o non rispondono.

Come ricorda il Corriere
, quindi, è come se ci fosse un doppio leave nel voto del 23 giugno: contro l’Europa e contro “il sistema” inglese. “I temi di fondo a sostegno della Brexit" ricorda Ferruccio De Bortoli "sono gli immigrati, la sicurezza sociale, la casa. Riflettono la creazione di nuove diseguaglianze, la siderale distanza, in termini di redditi e importanza sociale, fra Londra e le zone meno sviluppate del Regno Unito, il disagio della popolazione più anziana per lo stravolgimento etnico dei quartieri, la voglia popolare di ribellarsi allo strapotere della finanza, delle banche”.


La questione del welfare

Quello del welfare è uno dei temi al centro del dibattito. Secondo gli stayers, l’Unione rende il welfare più solido, in parte perché l’ingresso nella UE e il rispetto delle sue normative ha incentivato, e tuttora incentiva, l’estensione di determinate forme di protezione sociale, in parte per una questione economica. Pochi giorni fa il premier Cameron ha messo in guardia sul rischio di tenuta delle pensioni: “Brexit creerà un buco nero tra i 20 e i 40 miliardi di sterline nelle nostre finanze e così i nostri ministri dovranno rivedere la riforma delle pensioni” . Secondo i leavers, invece, l’uscita migliorerebbe il sistema di welfare, poiché “porrebbe fine alle pratiche onerose elargite agli immigrati” - come i child benefits per i figli degli immigrati, uno dei temi più dibattuti – liberando risorse che potranno essere spese per i cittadini britannici.

In realtà diversi aspetti relativi al welfare sono già stati negoziati dal Premier Cameron a febbraio di quest’anno
. Prima questione calda è quella dei welfare benefits per gli immigrati europei. Durante la campagna elettorale – e già prima - Cameron aveva dichiarato di volere riformare i requisiti di accesso ai welfare benefits per i cittadini europei introducendo criteri più restrittivi, quali ad esempio aver vissuto in UK e contribuito all’economia del paese per almeno 4 anni, sostenendo che tali limitazioni avrebbero sia alleggerito la spesa pubblica che ridotto il flusso dei migranti europei nel Paese. Il manifesto dei Conservatori proponeva, inoltre, di abolire i sussidi per i disoccupati europei e la loro espulsione dopo 6 mesi di permanenza senza lavoro.

Altra questione dibattuta è quella della normativa sui citati child benefits, che consente agli immigrati di usufruire dei contributi per i figli anche quando questi ultimi non vivono in territorio inglese. Dopo il negoziato con l’Unione Europea, Cameron ha ottenuto delle modifiche su questi punti, che tuttavia non appaiono sufficienti agli occhi dei leavers. Sul fronte degli in-work benefits, ad esempio, i neo-arrivati non potranno chiedere tax-credits e altri pagamenti nell’immediato, ma otterranno il godimento di tali diritti gradualmente, al permanere nel paese. Su quello dei child benefits, l’Unione non ha concesso di eliminare questa pratica ma l’ha limitata, stabilendo che i contributi devono essere commisurati al costo della vita nel paese di provenienza e non a quello inglese.


Il nodo immigrazione

L’immigrazione è un'altra delle questioni più dibattutte in questa campagna referendaria. Soltanto pochi giorni fa le autorità hanno annunciato che il saldo negativo di migranti per il Regno Unito è salito a 330 mila unità, il secondo più alto mai registrato. Boris Johnson, ex-sindaco di Londra nonché leader del fronte dei no, ha proposto il modello australiano, un sistema di visti a punti basato su professione, età, conoscenza della lingua inglese, precedenti impieghi e curriculum scolastico. L’unico modo, sostengono gli euroscettici, “per ristabilire la fiducia dell’opinione pubblica nelle politiche di immigrazione”. 

Cosa accadrebbe, quindi, alle migliaia di immigrati nel Regno? Intanto, rassicurano analisti e commentatori, nel caso di una Brexit, per almeno due anni tutti i trattati esistenti dovrebbero rimanere operativi, così come i diritti dei cittadini comunitari che vivono al di là della Manica.

Tuttavia le cose potrebbero complicarsi, soprattutto per coloro che vivono nel paese senza un lavoro regolare. A essere coinvolti sarebbero anche centinaia di migliaia di italiani, molti dei quali, soprattutto i più giovani, soggiornano nel paese in cerca di occupazione ma non sono inseriti stabilmente nel sistema economico e, dunque, potrebbero vedersi negato il diritto di restare nel Regno Unito. L’Italia, infatti, è il terzo più importante Paese di origine di stranieri in arrivo Oltremanica, dietro a Romania e Polonia. Secondo il Department for Work and Pensions della Gran Bretagna gli italiani che negli ultimi quattro anni hanno preso il National Insurance Number, l’equivalente britannico del codice fiscale, necessario per poter accedere alle prestazioni di welfare, sono 165 mila. Numeri dei quali dovrebbe ricordarsi anche chi, in Italia, invoca di seguire l’esempio inglese.
 

Cosa accadrà?

Cosa accadrebbe in caso vinca il sì? Come potrebbe uscirebbe il Regno Unito dall’UE e con quali tempi? Come spiegato su Il Post, uscire non è facile. La strada per lasciare l’Unione Europea è complessa e molto lenta. Il rapporto elaborato dal governo britannico sulla Brexit sottolinea che se prevalesse un voto favorevole all’uscita, il Referendum sarebbe solo il “primo passo” della procedura, non certo il punto di arrivo. È possibilità che l’intero processo di uscita possa richiedere fino a dieci anni.

Le conseguenze di un’eventuale uscita, comunque, sono molto incerte e ormai da diversi mesi riempiono pagine di dibattito nazionale ed internazionale tra sostenitori e detrattori della Brexit. Per chi volesse addentrarvisi, di seguito troare una piccola rassegna che raccoglie dati e opinioni provenienti da fonti disparate: da quotidiani a università, da tecnici a politici.

E per chi vuole immedesimarsi nei cittadini britannici che il 23 giugno andranno alle urne, c’è anche il test proposto dal Financial Times “How should I vote in the EU referendum?”. In 18 domande vi dirà se siete un leaver o uno stayer


Rassegna Stampa 

'What country, friends, is this?' A guide to the EU Referendum debate, University of Bath, Institute for Policy Research

Routledge EU Referendum Collection

Out and down. Mapping the impact of Brexit, The Economist

The UK's EU referendum: All you need to know, BBC News

Fear, Loathing and Brexit, The New York Times, 17 giugno 2016

Vota Brexit e perdi il posto a tavola, Limes, 31 dicembre 2015

Brexit may be the best answer to a dying eurozone, The Guardian, 20 maggio 2016

Brexit: A Massive Smokescreen (But Britain Should Still Leave), Social Europe, 7 giugno 2016

Brexit: comunque vada sarà un problema, Rivista il Mulino, 31 maggio 2016

Tutti i rischi della Brexit per Londra e per l'Europa, Corriere della Sera

Perchè gli Inglesi, i poveri e gli anziani voteranno sì alla Brexit, Internazionale, 13 giugno 2016

Brexit, gli Italiani d'Inghilterra hanno paura di tornare stranieri, Linkiesta, 2 giugno 2016

Brexit. Visti, rimpatri e tagli al welfare: cosa accadrebbe agli immigrati (anche agli italiani) se Londra uscisse dall’Ue, Il fatto quotidiano, 26 maggio 2016

Come si esce dall'Unione Europea in pratica, Il Post, 8 giugno 2016

Se Londra uscirà dall’Europa il mondo non sarà più lo stesso", La Stampa, 15 giugno 2016

 


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