PRIMO WELFARE / Sanità
White Economy: una grande opportunità per l'Italia
Non solo sanità in senso stretto, ma un ampio "mercato sociale" che occorre sostenere, valorizzare ed integrare adeguatamente
10 luglio 2014

Nel corso dell’ultimo decennio, in molti Paesi è aumentata la spesa sanitaria privata delle famiglie. Non vi è correlazione fra questo incremento e il livello di spesa o di qualità del servizio pubblico. In Svezia, nota in tutto il mondo per il suo welfare universalistico, la spesa privata è cresciuta del 37%, tanto quanto in Germania o in Francia. Anche l’Italia ha registrato un fenomeno analogo (+27%). Da noi però i privati spendono quasi interamente di tasca propria, senza l’intermediazione di mutue o assicurazioni, molto attive negli altri Paesi. Si tratta di un collo di bottiglia, che rende più oneroso lo sforzo finanziario dei singoli utenti e rallenta i flussi di risparmio privato verso questo settore. Naturalmente non stiamo parlando di «privatizzare la sanità», ma solo di forme complementari e integrative di servizio.

Una ricerca di Welfare Italia (nata da una collaborazione fra Censis e Unipol) mette bene in luce il forte potenziale che la white economy oggi ha nel nostro Paese. L’espressione non si riferisce solo alla sanità in senso stretto, ma a tutto il complesso di servizi, prodotti, tecnologie e professionalità per la prevenzione, la cura, la riabilitazione, l’assistenza personale. Il comparto vale già oggi il 6% della produzione totale e occupa 2,7 milioni di addetti. Ma i margini di crescita sono molto ampi, considerando l’invecchiamento della popolazione. La promozione di un moderno «mercato sociale», alimentato da risorse non pubbliche e aperto ad una molteplicità di soggetti profit e non profit, è la strada per sfruttare appieno questo potenziale.

Oggi meno del 20% delle famiglie dispone di strumenti per la copertura integrativa delle spese socio-sanitarie. Si stima però che circa cinque milioni di famiglie potrebbero essere interessate a sottoscrivere strumenti di questo tipo. Assicurazioni, fondi mutualistici, enti locali, imprese e sindacati: a loro il compito (e l’opportunità) di rispondere in modo efficiente ed efficace a questa domanda di protezione, capace di attivare importanti circoli virtuosi sul piano economico e occupazionale.

Questo articolo è stato pubblicato anche sul Corriere della Sera del 10 luglio 2014
 


Torna all'inizio