PRIMO WELFARE / pensioni
Nuovi patti generazionali: non bastano le pensioni
Mandare prima in quiescenza i sessantenni per ''far posto'' ai giovani non funziona. Quando il patto generazionale diventa un inganno generazionale.
01 maggio 2017

Preoccuparsi per il futuro dei giovani e la sicurezza degli anziani è più che normale in tempi di crisi. Occorre però evitare che le preoccupazioni si trasformino in lamentazioni intrise di pessimismo e sorde all’evidenza empirica. Purtroppo il dibattito italiano indulge spesso a questa brutta abitudine, soprattutto quando si parla di mercato del lavoro e di previdenza. In un bel volume appena uscito in libreria (L’Inganno generazionale, Egea), Alessandra Del Boca e Antonietta Mundo mostrano come gran parte dei lamenti in circolazione siano, appunto, esagerati e quasi sempre infondati, fuori linea rispetto ai dati empirici.

Prendiamo l’idea radicatissima secondo cui i giovani possono trovare occupazione solo se i lavoratori più anziani liberano “posti” andando in pensione. A prima vista, il nesso appare ovvio e in alcuni casi (a questo o a quel giovane, in questa o quella azienda) le cose stanno davvero così. Ma se guardiamo ai grandi numeri – ci avvertono di nuovo le autrici – non troviamo alcuna correlazione fra i tassi di occupazione degli anziani e quelli dei giovani. In altre parole, non è vero che se gli anziani si tolgono di mezzo, i giovani trovano più lavoro. Le economie non sono delle scatole rigide, che possono fornire occupazione solo a un numero fisso di persone. Il totale è variabile e dipende da tanti fattori, gli stessi che generano crescita o decrescita: competitività, innovazione, capitale umano, regole sul lavoro e così via. Dove questi fattori si combinano in modo virtuoso, l’occupazione aumenta per tutti: giovani e anziani, uomini e donne, come dimostra l’esperienza di moltissimi paesi.

Un secondo esempio di inganno riguarda la riforma Fornero, da anni sotto attacco per i suoi supposti effetti devastanti su lavoratori e pensionati. In tutti i confronti internazionali post-riforma, l’Italia risulta ancora il paese con la durata media della vita lavorativa più corta. Nel 2014 (ultimo dato OCSE disponibile), l’età effettiva media di pensionamento era inferiore ai 62 anni, fra le più basse d’Europa. Il tasso di sostituzione (ossia il rapporto fra l’ultima retribuzione e il primo trattamento pensionistico) è invece ancora fra i più alti, e tale rimarrà secondo le previsioni. Naturalmente molto dipenderà da ciò che succede durante la vita lavorativa: ma se qui ci sono problemi, bisogna affrontarli su questo fronte –anche investendo soldi pubblici- non prendendosela con la riforma Fornero, che ha messo in sicurezza un sistema pensionistico finanziariamente insostenibile.

In una società in cui si fanno pochi figli (grosso problema) e l’aspettativa di vita cresce (grande conquista) è indispensabile pensare al futuro. Dobbiamo chiederci se un’idea di vecchiaia come periodo di “quiescenza” che inizia d’un colpo e si protrae per diciassette-venti anni circa sia non solo sostenibile, ma anche socialmente desiderabile. Secondo il dizionario, quiescenza vuol dire, in senso stretto, “torpore, ibernazione, sospensione di ogni processo vitale non fondamentale”. Fra i milioni di sessantenni pensionati, molti non hanno alcuna voglia di ibernarsi, hanno esperienze e competenze che è un peccato disperdere. Invece di concentrare tutta la “quiescenza” nell’ultima fase della vita, non sarebbe preferibile disporre di più reddito e soprattutto di più tempo in alcuni snodi cruciali antecedenti all’ età pensionabile? Ad esempio quando nasce un figlio, quando si desiderano acquisire competenze per un nuovo lavoro o semplicemente si vuole tornare a studiare per un po’?

Vi sono già varie proposte su come riorganizzare il welfare in questa direzione. Se vogliamo parlare di patto fra generazioni, liberiamoci dalla perniciosa cultura del “pensionismo”, come suggeriscono Del Boca e Mundo. E facciamo in modo che il welfare svolga al meglio la sua doppia funzione: riparare ex post, ossia rispondere ai bisogni (quelli veri, quelli di tutti); e preparare ex ante, cioè contribuire alla formazione di capacità di ogni individuo a partire dai primi anni di vita, allargare le opportunità e incrementare così il “ben-essere” di tutti, giovani e anziani, nel senso più pieno del termine.


Questo articolo è stato pubblicato sul Corriere della Sera del 29 aprile
ed è stato qui riportato previo consenso dell'autore

 


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