PRIMO WELFARE / Lavoro
Politiche della formazione professionale e del lavoro: un'analisi degli interventi regionali
La Federazione nazionale CNOS-FAP ha promosso un'indagine sullo sviluppo delle politiche attive del lavoro nel nostro Paese. Ecco i principali risultati.
03 ottobre 2018

Lo scorso 2 ottobre a Roma presso la Sala degli Atti Parlamentari Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini”, si è svolto il seminario “Politiche della formazione professionale e del lavoro”. Nel corso dell’evento è stata presentata una ricerca, promossa dalla Federazione nazionale “CNOS-FAP” (Centro Nazionale Opere Salesiane - Formazione Aggiornamento Professionale) e dalla società di consulenza Noviter, che si è proposta di indagare lo sviluppo delle politiche attive del lavoro nel nostro Paese partendo dalle iniziative sviluppate a livello regionale.

In totale, il lavoro di ricerca ha considerato 238 avvisi: 129 relativi alle politiche della formazione e 108 alle politiche del lavoro pubblicati dalle 19 Regioni, dalle Province Autonome di Trento e di Bolzano e 1 pubblicato da ANPAL (Sperimentazione dell'Assegno di Ricollocazione) nel periodo che va dal 1° gennaio al 19 dicembre 2017. In questo approfondimento vi presentiamo i principali risultati dell’indagine.


Le politiche del lavoro in Italia

Secondo la ricerca lo sviluppo delle politiche attive del lavoro nel nostro Paese è stato spinto da due fattori principali. Il primo riguarda le politiche europee che, nell’attuazione della programmazione 2014-2020, hanno promosso investimenti sia nella direzione della formazione professionale (occupabilità) che in quella dell’inserimento e del reinserimento lavorativo (occupazione). Il secondo si riferisce invece al quadro che disciplina tali politiche a livello nazionale, definito dal decreto legislativo n. 150 del 2015, “Disposizioni per il riordino della normativa in materia di servizi per il lavoro e di politiche attive”.

In questo quadro, il programma europeo Garanzia Giovani, attuato in Italia attraverso un programma nazionale gestito dal Ministero del Lavoro in stretto raccordo con le Regioni, ha rappresentato un terreno preparatorio che, forte di linee di finanziamento significative, ha reso necessario per le istituzioni centrali e regionali la definizione degli elementi base di un sistema di politiche attive. Tra questi, la declinazione dei servizi e le misure da erogare ai beneficiari, la realizzazione di uno strumento per l’archiviazione dei dati amministrativi e il monitoraggio del programma, la costituzione di una rete di soggetti accreditati ai servizi, il rapporto tra i servizi pubblici per il lavoro e gli operatori privati accreditati.

Per quanto riguarda l’attivazione delle politiche attive del lavoro, il contesto italiano è dunque caratterizzato da una governance che potrebbe definirsi “multilivello”. Tra i principali attori coinvolti troviamo infatti lo Stato e le Regioni, che hanno spesso competenze concorrenti su tale tema, e l’Unione Europea, che interviene per mezzo di finanziamenti a livello regionale (attraverso i POR, Programmi Operativi Regionali) e a livello nazionale (attraverso i PON, Programmi Operativi Nazionali).


Le politiche della formazione a livello regionale

Il rapporto si è inoltre proposto di offrire un quadro d’insieme del complesso sistema italiano, partendo proprio da un’analisi delle politiche attivate a livello regionale nel corso del 2017.

Secondo lo studio, il valore complessivo degli avvisi regionali di politica attiva ha superato il valore degli avvisi rivolti alla formazione. Mentre questi ultimi hanno previsto uno stanziamento complessivo di 830 milioni di euro, i primi hanno infatti superato il miliardo.

A livello generale gli avvisi rivolti alla formazione sono sempre più orientati alla cosiddetta prima formazione “obbligatoria”, cioè quella disciplinata da ordinamenti statali e regionali, che si conclude con l’acquisizione di un titolo di studio, come il sistema dell’Istruzione e Formazione Professionale (IeFP) e il sistema degli Istituti Tecnici Superiori (ITS), che copre quasi l’80% dell’ammontare di tutti gli avvisi destinati alla formazione. Sono invece residuali i finanziamenti regionali per le altre attività di formazione, come la formazione continua - oggi in larga parte appannaggio dei fondi interprofessionali e della bilateralità - e i corsi di specializzazione.

Per quanto riguarda le modalità di progettazione, gestione amministrativa e finanziamento, dal rapporto emerge che gli interventi di formazione sono per lo più attivati con una logica definita “a progetto”, cioè caratterizzata da una selezione delle operazioni da finanziare a partire da una valutazione dei progetti proposti dagli operatori e finanziati sulla base di una graduatoria. Questo è dovuto alla necessità di rispondere ai vincoli di trasparenza previsti dai regolamenti comunitari e dalla disciplina nazionale.


Le politiche attive del lavoro

Per quanto riguarda le politiche attive del lavoro, invece, la loro attuazione risulta nella gran parte dei casi frammentata, caratterizzata da stanziamenti economici ridotti e, molto spesso, rivolta a target specifici e limitati. Questo, secondo gli autori della ricerca, è dovuto anche al fatto che tali linee di intervento sono ancora giovani e non si sono ancora consolidate - se non in alcuni casi - e in un sistema stabile e organico.

Analizzando le misure e i servizi che compongono gli interventi di politica attiva, sono individuate alcune misure maggiormente ricorrenti. In particolare, tra le più comuni ci sono i tirocini extracurricolari, la formazione, l’orientamento specialistico e l’accompagnamento al lavoro. L’elevata diffusione dei tirocini extracurriculari evidenzia come tali attività siano ritenute uno strumento in grado di accrescere le possibilità occupazionali, trasformandosi - nel momento della loro conclusione - in un rapporto di lavoro.


Alcune considerazioni conclusive

Gli autori della ricerca ipotizzano che le iniziative di politica attiva del lavoro si struttureranno in un quadro più organico nel prossimo futuro a partire da alcuni punti di riferimento comuni, come la recente approvazione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni da garantire ai cittadini e l’attivazione dell’Assegno di ricollocazione.

Un altro aspetto che contribuirà all’integrazione dei vari livelli di intervento è inoltre l’intesa istituzionale raggiunta lo scorso dicembre 2017 nel corso della Conferenza Unificata tra Stato e Regioni, che ha previsto il raccordo tra le misure nazionali e regionali e che, come si legge dal testo, “intende costituire un elemento di raccordo tra tutti i fondi che a diverso titolo insistono sulle politiche attive, allo scopo di razionalizzare la strategia complessiva ed individuare gli interventi sui singoli target”.

In prospettiva, sarà da comprendere e valutare la forma che assumerà in relazione alle politiche del lavoro e della formazione la proposta legata al Reddito di Cittadinanza, la quale potrebbe intervenire - almeno secondo alcune dichiarazioni del Governo - anche su questi fronti.

 


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