PRIMO WELFARE / Lavoro
Perdere e ritrovare il lavoro. Essere disoccupati al tempo della crisi
Nell’Italia della crisi, si parla sempre di disoccupati, ma sappiamo davvero chi sono? Ce lo spiega uno studio dell’Università di Milano
06 maggio 2014

“Perdere e ritrovare il lavoro. L’esperienza della disoccupazione al tempo della crisi” è un volume di M. Ambrosini, D. Coletto e S. Guglielmi edito da Il Mulino che raccoglie i risultati della prima indagine realizzata in Italia sulla disoccupazione in età adulta.

Svolta da un’équipe del Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dell’Università degli Studi di Milano, la ricerca parte dalla constatazione che, se oggi si parla molto di più della disoccupazione, poco si sa, invece, dei disoccupati. Generalmente, infatti, le analisi statistiche ce ne illustrano le caratteristiche sociografiche (età, genere, istruzione, provenienza, ecc.), ma non ci parlano del loro vissuto, delle ripercussioni, delle risorse a cui fanno riferimento, delle risposte che cercano di elaborare. Né ci illuminano circa le grandi diversità interne alla galassia dei disoccupati. Lo studio affronta quindi diversi temi quali le visioni della disoccupazione, delle sue cause e della possibilità di uscirne; gli effetti sulla vita personale e familiare; i canali utilizzati per cercare lavoro; le funzioni svolte dai centri per l’impiego.

Il ruolo delle rappresentazioni soggettive

A differenza dei molti dati disponibili in materia, la ricerca attribuisce una rilevanza significativa alle percezioni soggettive, alle rappresentazioni e alle aspettative dei disoccupati.
Nel corso del Novecento, il lavoro retribuito si è affermato come un’istituzione centrale non solo per l’autosostentamento, ma anche per l’integrazione sociale, ossia per la costruzione del legame tra individuo e società. L’analisi conferma il fatto che per la maggior parte delle persone, il lavoro non è soltanto un modo come un altro per guadagnarsi da vivere, ma è un’esperienza carica di significati, da cui ci si aspetta riconoscimento, rispetto, integrazione sociale. Per questo motivo il tema della disoccupazione non va affrontato solo dal punto di vista degli aspetti meramente economici, come la perdita di reddito, ma è da estendersi a quelli sociali.

Ad esempio, le spiegazioni che i disoccupati danno alla propria condizione sono determinanti nel favorire l’attivazione personale nelle ricerca di un nuovo impiego. Solo un quarto degli intervistati dimostra un atteggiamento proattivo, riconoscendo la responsabilità dell’individuo nel porre in atto azioni razionali in grado di fargli trovare un impiego - come acquisire nuove competenze e sviluppare azioni pertinenti di ricerca del lavoro - , mentre ben un altro quarto degli intervistati si è rivelato fatalista, cioè considera la disoccupazione come conseguenza di forze strutturali non controllabili, una tendenza più diffusa tra over 45 e persone poco istruite. Un atteggiamento che porta facilmente alla rassegnazione, e finisce in una perdita di autostima che si allarga dal lavoro alla sfera familiare.

Se non è scomparsa la volontà di reinserirsi nel mondo del lavoro, non è nemmeno scomparso un certo orientamento selettivo: non tutti i lavori vengono considerati accettabili e alcune offerte vengono respinte, quando si pensa comportino un peggioramento contrattuale, professionale o retributivo, ad esempio la perdita della protezione della cassa integrazione guadagni in cambio di un’occupazione precaria.

Chi sono i più vulnerabili?

L’indagine, frutto di un’inchiesta campionaria condotta in Lombardia, conferma che ad essere colpiti dalla crisi economica sono i segmenti tradizionalmente più deboli della popolazione lavorativa: i meno istruiti, le donne e gli stranieri. La ricerca conferma anche la validità e l’accentuazione dell’ossimoro del “disoccupato che lavora”: i disoccupati non sono persone stabilmente escluse dal mercato del lavoro, quanto anche “figure miste” che alternano lavori precari, grigi e neri a periodi di totale assenza di lavoro. Parliamo quindi di “carriere segmentate”, segnate da uscite e rientri dalla disoccupazione.

I risultati della ricerca mostrano tuttavia un nuovo scenario per la componente femminile. Se un tempo si attribuiva scarsa considerazione alla disoccupazione femminile, ritenuta un “problema minore” e di impatto meno traumatico sugli equilibri familiari rispetto alla perdita dell’impiego del maschio breadwinner, oggi non è più così. Nell’indagine le donne hanno confermato un interesse verso il lavoro e un livello di attivazione pari a quello della componente maschile, e hanno espresso in molti casi un elevato investimento personale nel lavoro, visto come fonte di autonomia, dignità personale e parità nei rapporti di genere. Anzi, a volte sono divenute loro stesse l’unico breadwinner nei nuclei familiari colpiti dalla recessione. Ciò che purtroppo ancora permane è l’influenza del welfare familiare tipico del modello mediterraneo, che limita le opportunità lavorative a causa dall’inconciliabilità degli impegni lavorativi con le esigenze di cura familiare e rende quindi più difficile ritrovare un lavoro dopo averlo perso.

Restano penalizzati gli stranieri, che, più che afflitti dalla disoccupazione, collezionano lavori instabili, al punto di essere continuamente alla ricerca di nuove sistemazioni. Due fattori peggiorano la loro condizione rispetto agli Italiani: l’assenza di risorse di riserva, cioè i risparmi; la fragilità delle reti di riferimento (familiari lontani e connazionali poco in grado di offrire aiuto). Tuttavia, di fronte alla crisi, hanno attivato risorse e capacità inattese: ad esempio, molte donne hanno intrapreso corsi di formazione nell’ambito dei servizi socio-sanitari e sono diventate la sola fonte di reddito familiare dopo la perdita del lavoro dei mariti i quali, invece, hanno iniziato a occuparsi delle mansioni domestiche, dando inizio ad una revisione della distribuzione dei ruoli domestici anche nelle culture ritenute “più maschiliste”.

Attivazione e servizi per l’impiego

Chi sono i più attivi nella ricerca di un nuovo impiego? Secondo lo studio sono i giovani, gli immigrati e le persone istruite. L’attivazione dà buoni risultati - in molti casi, ed esempio, può annullare persino lo svantaggio di una minore istruzione. Chi si è dimostrato più attivo ha ricevuto più proposte di lavoro ed ha quindi ritrovato più facilmente un impiego. Certo, non è sempre sufficiente. L’attivazione infatti non è solo l’effetto di buone disposizioni e forti motivazioni individuali, ma è piuttosto un processo sociale complesso, che va costruito con un accompagnamento adeguato e con interventi compensativi delle difficoltà e delle debolezze soggettive. E qui sono chiamati in causa i servizi pubblici. Nonostante molti degli intervistati si rivelino delusi o frustrati dal servizio offerto, in Lombardia il risultato è piuttosto sorprendente ed evidenzia livelli di soddisfazione abbastanza elevati. La survey ha infatti dimostrato, in contrasto con un diffuso pessimismo, che i soggetti che hanno usufruito di misure di accompagnamento proposte dalla Regione - come la dote lavoro -, hanno trovato con maggiore frequenza una nuova occupazione.

Tra gli utenti dei centri per l’impiego ci sono molte persone che si rivolgono per la prima volta ad un servizio per il lavoro, tra disorientamento e scetticismo, e si rivela quindi fondamentale disporre di operatori flessibili e aperti all’ascolto - come in effetti si sono spesso rivelati, a dispetto delle rappresentazioni ricorrenti dei burocrati. Per aumentare l’occupabilità anche dei segmenti più deboli, l’Attivazione non va quindi disgiunta da altre due A - accoglienza ed accompagnamento. Questo perché, sebbene la recessione abbia colpito i lavoratori di tutti i livelli, le diverse dotazioni personali e sociali continuano a discriminare profondamente la popolazione dei disoccupati, penalizzando quelli più poveri di risorse personali. Le politiche messe in campo non riescono a correggere queste asimmetrie, anzi, puntando sul rafforzamento delle capacità personali e sull’attivazione le hanno involontariamente spesso alimentate.

Alcune idee

La ricerca si conclude con alcune idee sul da farsi. Tenendo sempre presente che il lavoro è circondato anche da significati simbolici e sociali che tendono ad influenzare le scelte dei disoccupati, non sarà semplicemente sufficiente creare posti di lavoro, ma occorreranno posti che rispondano alle aspettative dei cittadini, che infatti nonostante la crisi continuano a mettere in atto scelte selettive – pensiamo solo al consolidamento del fenomeno dei “cervelli in fuga”.

La crisi ci impone inoltre di promuovere seriamente i concetti di attivazione e occupabilità - attraverso il rafforzamento di life long learning e learnfare -, che però non possono essere unicamente scaricati sui disoccupati, ma richiedono investimenti pubblici che garantiscano il “diritto al reinserimento”. L’Italia continua infatti a caratterizzarsi per bassi investimenti nelle politiche attive del lavoro e per sottodotazione di personale impiegato nei servizi per l’impiego.

Infine, c’è la questione del “tragico dono” del tempo libero dei disoccupati: se si riuscissero a costruire occasioni di incontro tra domanda e offerta di tempo libero ed energie, si creerebbero vantaggi sociali per la società ma anche per i diretti protagonisti, i quali ritroverebbero almeno una funzione attiva e supererebbero quel sentimento di esclusione sociale, corollario della disoccupazione.

Riferimenti

M. Ambrosini, D. Coletto, S. Guglielmi, Perdere e ritrovare il lavoro. L’esperienza della disoccupazione al tempo della crisi, Bologna, Il Mulino, 2014.

  

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