PRIMO WELFARE / Lavoro
La terza via per rifare il mondo del lavoro?
Il mondo degli artisti come laboratorio privilegiato: recensione di "Rifare il mondo… del lavoro. L’alternativa alla uberizzazione dell’economia"
10 novembre 2017

Provate ad immaginare di lavorare nel meraviglioso mondo dello show-business. Anche senza voler essere per forza la superstar di turno, il grande nome internazionale che attira folle di ammiratori sfegatati. Magari come semplice addetto del settore, tra quei tanti professionisti e maestranze (scenografi, truccatori, autori, operai, promoters…) senza i quali, banalmente, lo spettacolo non va in scena. Scoprireste, se già non ne avete un’idea, che dietro le rilucenti paillettes e i roboanti applausi, c’è tutto un mondo di lavoratori stagionali, occasionali, precari, atipici, free-lance, che combattono costantemente con burocrazie, fiscalità, previdenza, assistenza, formazione ed advocacy nei rispettivi ambiti professionali. Provate ora a pensare ad una società di mutua cooperazione che proponga ai suddetti lavoratori dello spettacolo, di occuparsi della gestione delle incombenze non strettamente inerenti all’attività professionale, permettendo loro di concentrare gli sforzi nella produttività.

Ecco, questa è precisamente la realtà di SMart, acronimo di Société Mutuelle des Artistes (Società Mutualistica per Artisti), fondata nel 1998 in Belgio proprio in risposta alle necessità sia degli artisti, che di tutti i lavoratori intermittenti e free lance, di risolvere le difficoltà di gestione del loro status lavorativo, ed ottenere maggiori tutele sociali. Sandrino Graceffa che ne è il direttore, ha pubblicato per Derive e Approdi "Rifare il mondo… del lavoro. L’alternativa alla uberizzazione dell’economia", un volume agile ma denso, che attraverso la forma dell’intervista fa i conti con l’orizzonte del lavoro che l’Europa in particolare oggi offre. Alla luce dei mutamenti già ampiamente analizzati ma ancora non metabolizzati, prodotti dal cambio di passo tecnologico e dalla globalizzazione industriale e sociale, un interrogativo sottende tutto il libro, come muoversi dentro ad una società che sta di fatto sgretolando modelli di impiego in piedi dall’Ottocento e che hanno necessitato di decenni per essere (mai?) pienamente tutelati?

Il cambio di framework da lavoro indeterminato “monodipendente” a tempo pieno a estremamente flessibile ha prodotto in fondo una contrapposizione rigida, in qualche modo forse giustificata dalla prepotenza del processo. All’esplosione del primo modello si è affermato un modello “pluridipendente”, eccessivamente precario e sempre più privo di tutele. Da qui la lotta tra coloro che in nome del nuovo framework adottano sistemi con i quali rimettere in moto meccanismi di sfruttamento basati sull’offerta di prestazioni sottopagate, libere dai classici vincoli del lavoro salariato e sempre meno tutelate dal punto vista assistenziale, e coloro che non sapendo ancora adottare forme di contrattazione adeguate ai cambiamenti contemporanei, persistono in battaglie forse nostalgiche, sicuramente di retroguardia.

All’interno di questa falsa dialettica viziata, nonostante le retoriche politiche affabulatorie, da una sproporzione tra i due schieramenti imbarazzante, lo stesso prendere atto dei cambiamenti può essere scambiato per un prendere posizione per il primo spiegamento.

Ecco il libro cerca di innescare un dibattito proprio sfuggendo a questo tipo di contrapposizione e non vergognandosi di partire dal dato, “su scala mondiale il lavoro salariato permanente a tempo indeterminato rappresenta solo il 22% dei lavoratori”, per (ri)proporre e sviluppare modelli fondati su solidarietà e mutualismo. Passare da una prospettiva verticale dove lavoro, tutele e assistenze erano in qualche modo calate dall’alto (nonostante l’orizzontalità dei rapporti di alleanza per poterli ottenere) ad una prospettiva prettamente orizzontale dove immaginare che la complessità delle relazioni lavorative possano compiersi al di fuori della subordinazione.

Graceffa ci offre un gran numero di spunti e riflessioni alternando analisi puntuali sui cambiamenti in atto nel mondo del lavoro, dalla previdenza ai diritti, a una serie di esperienze e di “buone pratiche” legate sia al lavoro svolto da SMart in Belgio e Francia, sia a progetti come Bigrè! un network di diverse realtà cooperative che l’autore spiega così: “Un’entità che rappresenta una forma innovatrice d’organizzazione economica e sociale che sarà al tempo stesso: una comunità unica di diverse migliaia di associati tenuti insieme dal progetto di garantirsi mutualmente la possibilità di fare bene i loro rispettivi mestieri e di viverne; una rete d’imprese, sotto forma di cooperativa, di economia sociale o autogestite, che verranno a rappresentare altrettanti luoghi e quadri dove si eserciteranno in comune delle arti e delle competenze di ciascuno e ciascuna; un raggruppamento cooperativo d’imprese aperte e accoglienti, all’interno delle quali saranno messe in comune le funzioni di supporto in materia di gestione, ricerca, protezione sociale, finanza, gestione degli statuti giuridici delle persone, ecc.”

Come si può osservare in questo breve passo, per tutto il libro il vocabolario è già una dichiarazione di intenti. Graceffa sa esattamente dove collocarsi. La sua è una riflessione su una terza via che sappia fare breccia nel nuovo corso senza ripiegarsi in battaglie antiquate, ma neanche sacrificando diritti e tutele “uberizzando” il lavoro, anzi ponendoli come condizione sine qua non di tutte le sue considerazioni, oltre che del suo lavoro.

Non meraviglia il fatto che l’esperienza di SMart e delle altre citate abbiano a che fare con il mondo degli artisti. Da sempre, e non solo dai processi di precarizzazione che hanno interessato il mondo del lavoro negli ultimi due decenni, l’arte e lo spettacolo sono stati territori dove precarietà e “liberalizzazione selvaggia” sono in atto. In questo prospettiva possono porsi quindi all’avanguardia come osservatori e laboratori privilegiati per introdurre pratiche efficaci che sappiano far leva su concetti come innovazione e solidarietà sociale, cooperazione, partecipazione e mutualismo. Se è vero quanto affermava Debord che viviamo nella società dello spettacolo, anzi che lo spettacolo siamo ormai noi stessi,  lavoratori trasformati in consumatori e da consumatori reali a consumatori, e forse oggi produttori, di illusioni, chissà che non sia proprio il mondo dello spettacolo a offrirci la via per una “società della coscienza” che sappia rifondare adeguatamente il mondo del lavoro.

 


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