PRIMO WELFARE / Inclusione sociale
Migranti: buone pratiche europee di integrazione
Casa, lavoro e competenze dei governi locali: ecco i fattori che generano coesione, favoriscono l'inclusione e garantiscono sicurezza
09 febbraio 2016

Le straordinarie migrazioni di popolazione, sia interne all’Unione Europea che provenienti dall’esterno, pongono delle sfide inedite per i Paesi europei. Come possiamo costruire comunità sostenibili? Come possiamo perseguire l’integrazione? Se ne è parlato al convegno The communities of our future promosso da Housing Europe, svoltosi a Bruxelles presso la Commissione per le libertà civili, giustizia e affari interni del Parlamento Europeo, nel corso del quale è emerso come politiche urbane e abitative siano fondamentali per favorire l’integrazione e la sicurezza ed evitare gli estremismi e il conflitto sociale. Vi presentiamo alcune delle best practice raccontate nel corso dell’evento, che offrono suggerimenti interessanti anche per l’Italia.

 

Il ruolo delle città: il caso di Vienna

Dall’estate del 2015, nel loro viaggio dai Balcani al cuore dell’Unione Europea, oltre 600.000 rifugiati sono passati per l’Austria. La sola città di Vienna si è trovata a gestire 300.000 persone, a cui è riuscita a offrire assistenza grazie alla collaborazione tra Comune, società civile e operatori dei servizi sociali, e alle competenze e all’approccio service-oriented adottato dei servizi pubblici della città. Ad esempio, a luglio è stato istituito un “Centro di coordinazione per i rifugiati di Vienna” che funge da centro informazioni unico, in costante contatto con le compagnie dei trasporti, le forze di polizia, le organizzazioni non profit (Caritas, Croce Rossa, ecc.) e i cittadini volontari. Il Comune ha inoltre attivato una app, un sito internet e una linea telefonica che offrono a istituzioni e cittadini informazioni sulla situazione generale, sulle azioni in corso e sulle necessità degli operatori. Il Comune ha messo inoltre a disposizione le ambulanze municipali, il personale addetto alle pulizie degli alloggi popolari - che ora si occupano anche dei dormitori che ospitano i migranti - e concesso tre giorni di permesso ai dipendenti comunali che vogliano prestare servizi di volontariato.

 

Casa e lavoro: Il programma francese Accelair

Per favorire l’integrazione è utile adottare un approccio olistico in grado di integrare le politiche abitative con quelle per l’impiego. Su questo tema durante il convegno è stato portato l’esempio di Accellair, programma istituito 12 anni fa da Forum Réfugié allo scopo di favorire l’integrazione socio-professionale dei rifugiati intervenendo simultaneamente su lavoro, casa e welfare. Il programma partiva dal presupposto che, mentre le politiche per il sostegno all’occupazione in Francia erano piuttosto articolate, poco veniva investito per i rifugiati. Inoltre, la non disponibilità di un alloggio ne inficiava le possibilità di trovare un impiego, così come non avere un impiego ne comprometteva le opportunità di trovare un alloggio, costringendo i rifugiati in un circolo vizioso che ne limitava le possibilità di divenire autonomi e integrarsi nel paese.
Il programma si rivolge a coloro che risiedono nell’area della città di Lione e nel territorio della Regione Rhône-Alps e che presentano lo stato di rifugiato da meno di un anno. Realizzato grazie ad una partnership tra i soggetti che localmente operano con i rifugiati, in questi 12 anni si è rivelato molto efficace sia per gli utenti, che hanno visto crescere le opportunità di trovare una casa e un lavoro, che per gli operatori, i quali riferiscono di avere imparato a collaborare, comunicare, coordinarsi. Tra le iniziative portate avanti sul fronte abitativo, Accellair ha chiesto alle organizzazioni proprietarie di alloggi sociali di destinare parte dei propri spazi ai rifugiati. Nel 2003 ha quindi firmato un accordo con l’associazione che si occupa di edilizia sociale nella regione del Rodano, che ha accettato di mettere a disposizione ben 300 unità abitative all’anno in cambio di assistenza e supporto per i rifugiati alloggiati, affinchè non siano semplicemente “collocati” in una casa, ma guidati verso l’autonomia e integrati nelle comunità – il supporto è garantito per un periodo che va dai 6 ai 18 mesi. Questo modello è stato oggi esportato in 20 dipartimenti.

 

L’importanza della progettazione urbana nei Paesi Bassi

Anche la progettazione urbana concorre a migliorare la sostenibilità delle città. Una delle soluzioni proposte durante il convegno è quella di aumentare lo stock complessivo di alloggi convertendo la destinazione d’uso degli edifici vuoti da lavorativo a abitativo - scegliendo poi se collocarvi solo migranti oppure sia migranti che residenti, in quest’ultimo caso con maggiori opportunità di integrazione. Uno degli esempi riportati è quello dei Paesi Bassi, dove le amministrazioni locali dal 2010 hanno predisposto un piano volto a incentivare la conversione degli edifici in uso abitativo, partendo dal presupposto che edifici vuoti a destinazione ufficio, “spopolando” i quartieri, generino degrado e disincentivino gli investimenti da parte delle imprese.

 

Le iniziative degli “housing provider” svedesi

E poi c’è l’esempio di SABO, associazione svedese delle imprese di edilizia residenziale pubblica di proprietà comunale che comprende 300 imprese per un totale di circa 802 mila alloggi. Il settore pubblico in Svezia costituisce infatti il 20% dello stock totale di abitazioni e la metà di quelle in affitto - uno svedese su sette abita in una casa di proprietà pubblica. Tra le emergenze che SABO sta affrontando c’è appunto quella di offrire un alloggio all’alto numero di richiedenti asilo, che premono su un mercato già saturo, dal momento che il recente aumento della popolazione, già accelerato dall’ingresso di cittadini europei, non è stato accompagnato da un altrettanto rapida costruzione di nuovi edifici. L’associazione ha quindi avviato diverse collaborazioni con gli operatori sociali, cercando di mettere a sistema tutti coloro che si occupano di welfare (politiche per la casa, salute, lavoro, ecc.). Nel 2015 ha lanciato ad esempio il progetto “A sustainable integration strategy” volto a sperimentare nuove soluzioni per assicurare la sostenibilità sul lungo termine del settore dell’edilizia residenziale pubblica a partire dalle best practice in corso. I casi analizzati hanno evidenziato quanto il buon esito delle sperimentazioni dipenda dalla collaborazione virtuosa tra i servizi pubblici per l’impiego, le amministrazioni regionali e locali, i dipartimenti per l’immigrazione, l’istruzione e la casa, le associazioni di volontariato.

 

Evitare conflitti e radicalizzazione: l’esempio dell’Irlanda del Nord

Politiche di questo tipo sono cruciali per prevenire le derive estremiste e il conflitto sociale, come dimostra il caso di Housing Executive, istituita nell’Irlanda del Nord nel 1971, durante uno dei periodi di maggiore conflitto sociale tra cattolici e protestanti, in cui 14.000 case furono distrutte e molti cittadini costretti a lasciare le proprie abitazioni (60.000 circa tra il 1969 e il 1973). L’istituzione ha infatti lo scopo di prevenire la segregazione e favorire l’equo accesso ai servizi indipendentemente da razza, religione, ecc. Dapprima incentrata sulla mediazione tra i connazionali, può ora utilizzare la propria expertise nell’integrazione dei cittadini stranieri, grazie in particolare all’unità dedicata alla coesione sociale, incaricata di assicurare, tramite una serie di strumenti specifici, l’equo accesso ai servizi, eradicare pregiudizi e conflitti, incrementare la partecipazione e la rappresentatività e valorizzare la diversità culturale.

 

Danimarca: più attenzione alle nuove generazioni

Infine, per evitare il conflitto sociale, si ritiene fondamentale migliorare l’inclusione soprattutto delle nuove generazioni. E’ questo lo scopo di Mind your own business, programma danese rivolto ai ragazzi appartenenti a minoranze etniche di età compresa tra 13 e i 17 anni che, grazie alla sinergia tra imprese e società civile, prova a rafforzare le competenze dei ragazzi, le loro relazioni sociali e il grado di coinvolgimento nel sistema educativo e nel mercato del lavoro. Il programma offre infatti ai giovani percorsi mirati per creare una propria attività, produrre un proprio prodotto e venderlo sul mercato. Dal 2010 sono state realizzate venti micro-imprese e iniziative in diversi quartieri a rischio su tutto il territorio danese e i giovani coinvolti sono migliorati su molti fronti (conoscenze, lavoro, fiducia e abilità sociali).

 

Spunti di policy

In un periodo in cui nel nostro Paese politici e cittadini si interrogano su come gestire i flussi di migranti, stretti tra la necessità di offrire aiuto umanitario e quella di mantenere l’equilibrio interno e contenere le derive estremiste e populiste, i casi segnalati possono offrirci importanti spunti di policy. Tra i fattori che determinano il buon esito dei progetti emergono: l’integrazione tra interventi e servizi sociali (casa, lavoro, istruzione, ecc.); il coinvolgimento diretto dei beneficiari, che non sono solo destinatari dei servizi ma divengono parte attiva del processo di integrazione; l’adozione di una prospettiva locale, più flessibile; e, in particolare, le competenze degli amministratori e degli operatori locali che, più consapevoli delle risorse e delle esigenze dei territori, appaiono in grado di pianificare e realizzare interventi mirati e sostenibili nel tempo.

 

Riferimenti

The Communities of our Future: Housing, Migration and Integration, Position Paper, Housing Europe
 

 


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