PRIMO WELFARE / Inclusione sociale
Il lavoro non basta. La povertà in Europa negli anni della crisi
Chiara Saraceno indaga il rapporto fra occupazione e povertà
25 giugno 2015

La povertà ha certamente conosciuto una crescita nell’attuale contesto della crisi economica, tuttavia, al di là della crisi, siamo di fronte a un fenomeno strutturale delle società ricche. In queste società i poveri non spariscono ma piuttosto aumentano. Certamente, rispetto al passato, lo standard di vita è migliore anche per i poveri, tuttavia il gap con il livello di vita medio ha subito un’ulteriore divaricazione e la povertà si accompagna a una disuguaglianza crescente.

In tale contesto, la crescita dell’occupazione da sola non è sufficiente a contrastare il fenomeno. Le politiche di lotta alla povertà dovrebbero infatti consistere in un mix di interventi volti ad esempio all’aumento del numero di lavoratori per famiglia (in particolare attraverso il sostegno all’occupazione femminile) e alla compensazione del costo dei figli attraverso politiche fiscali e trasferimenti monetari. È questa la tesi sostenuta da Chiara Saraceno nel suo ultimo volume “Il lavoro non basta. La povertà in Europa negli anni della crisi” pubblicato da Feltrinelli a marzo del 2015.

Oltre a indagare il rapporto fra occupazione e povertà il volume contiene una ricca analisi su che cos’è la povertà e come si misura. Approfondimenti specifici sono poi dedicati alla questione dei minori e alla povertà in Italia.

Che cos’è la povertà?

La povertà è una forma di disuguaglianza materiale che impedisce alle persone di soddisfare in modo adeguato i propri bisogni e di condurre una vita in linea con le proprie aspirazioni e capacità. Ma come si definisce la soglia oltre la quale la disuguaglianza economica diventa povertà? Per rispondere a questa domanda, sottolinea l’autrice, si possono distinguere criterioggettivi” e “soggettivi”. Nel primo caso, la povertà è individuata sulla base di un indicatore che riguarda le condizioni materiali proprie di chi ne è colpito. Nel secondo caso invece la povertà è misurata a partire dalla percezione propria dei soggetti che la sperimentano. La povertà misurata sulla base di criteri oggettivi si distingue in “assoluta” e “relativa”. Nel primo caso, si fa riferimento all’impossibilità di accedere al consumo di uno specifico paniere di beni essenziali. Nel secondo, la povertà è invece definita considerando il tenore di vita medio della popolazione, misurato sulla base dei consumi o del reddito.

Come si misura la povertà?

Ormai da tempo, in Italia, l’Istat ricorre a una misura della povertà relativa basata sui consumi; a questa si affianca la misurazione realizzata dall’Eurostat che tiene invece conto dei redditi. Più di recente, l’Istat ha poi introdotto una misura della povertà assoluta basata sul calcolo di un paniere di consumi definiti essenziali.

Concettualmente simile alla povertà assoluta è la misurazione della povertà che tiene conto della presenza di specifiche deprivazioni riguardanti una o più consumi e/o attività, come ad esempio le spese per il riscaldamento dell’abitazione, le spese mediche, la possibilità di consumare un pasto proteico ogni due giorni o l’impossibilità di sostenere una spesa necessaria e improvvisa. A livello europeo, questo approccio è utilizzato dall’Eurostat che considera “deprivato” chi, nell’arco di un anno, ha sperimentato almeno tre deprivazioni sulle nove previste e “gravemente deprivato” chi ne ha sperimentate più di tre. Accanto alla povertà relativa e alla deprivazione, l’Eurostat utilizza un terzo indicatore volto a individuare la vulnerabilità economica. In particolare, questo indicatore considera a rischio di povertà chi vive in una famiglia a bassa intensità di lavoro. Con quest’ultimo termine si fa riferimento a quelle famiglie in cui i componenti adulti (che non sono in pensione e non studiano) lavorano per meno del 20% annuo del loro potenziale.

Povertà e occupazione

Avere un lavoro è solitamente la migliore garanzia contro la povertà, tuttavia essere occupati non protegge totalmente dal rischio di povertà. Allo stesso tempo, la mancanza di lavoro o il lavoro a bassa remunerazione non sempre si accompagnano alla povertà o alla deprivazione materiale. Questo apparente paradosso è dovuto alla mediazione (positiva o negativa) operata dalle condizioni familiari e dalle politiche redistributive. In generale, sostenere che l’aumento dell’occupazione generi automaticamente una riduzione della povertà è fuorviante, è infatti necessario considerare di che tipo di occupazione si tratta.

Diversi studi dettagliatamente descritti dall’autrice, hanno evidenziato che negli anni precedenti la crisi, l’occupazione è cresciuta in diversi paesi europei. Ciò è avvenuto ad esempio in Svezia, Finlandia e Germania. Tuttavia, questa crescita non è stata accompagnata da una riduzione del livello complessivo di povertà. Le spiegazioni di questo fenomeno sono almeno due. La prima è che l’aumento dell’occupazione non ha riguardato tutte le famiglie ma ha piuttosto interessato quelle in cui gli adulti (e in particolare le donne) possedevano un titolo di studio e/o competenze professionali specifiche che hanno favorito una maggiore occupazione. In questo caso siamo allora di fronte a un fenomeno di “polarizzazione fra famiglie ricche di lavoro e famiglie povere di lavoro”. La seconda spiegazione si lega invece al possibile trade-off fra l’aumento dell’occupazione e i livelli salariali e di protezione che l’accompagnano. L’erosione dei salari e dei trasferimenti connessi al lavoro (es. indennità di disoccupazione, detrazioni fiscali, assegni familiari ecc.) hanno di fatto indebolito significativamente il livello di protezione derivante dal lavoro.

Queste due spiegazioni non sono necessariamente in concorrenza fra loro ma, al contrario, possono assumere un peso diverso a seconda del paese considerato. Certo è che, anche prima della crisi, il fenomeno dei cosiddetti “lavoratori poveri” appariva sempre più diffuso. Con questo termine si fa riferimento a quanti, pur lavorando, non dispongono di un reddito sufficiente a rispondere ai propri bisogni. Con questo termine si fa riferimento sia ai lavoratori a basso salario, sia ai lavoratori poveri su base familiare. Nel primo caso, la retribuzione percepita è o inferiore ai due terzi della retribuzione media dei lavoratori occupati a tempo pieno in un determinato paese (definizione OCSE) o al 60% della retribuzione mensile media di tutti i lavoratori (definizione EUROSTAT). Nel secondo caso invece si fa riferimento a quei lavoratori che, indipendentemente dal salario ma tenuto conto degli eventuali altri redditi familiari e della composizione familiare, dispongono di un reddito inferiore al 60% di quello medio pro capite. In questo caso è chiaro che il possesso di un reddito da lavoro, anche se non eccessivamente basso, può non essere sufficiente a garantire dal rischio di povertà. È il caso ad esempio delle famiglie numerose. Un rischio di questo tipo interessa in particolare quei paesi in cui il tasso di occupazione femminile è più basso; tale rischio si lega inoltre al sostegno al costo dei figli che è garantito dai sistemi di protezione sociale nazionali. Ciò evidenzia la stretta interdipendenza tra caratteristiche della protezione sociale, caratteristiche dei nuclei familiari e tasso di partecipazione al mercato del lavoro dei componenti il nucleo.

La povertà minorile

Il volume dedica poi un capitolo alla questione della povertà minorile richiamando alcuni dati circa la diffusione del fenomeno in Europa e in Italia. In Europa ci sono ventisette milioni di bambini a rischio di povertà ed esclusione sociale. Si tratta di un minore su quattro (28%) nell’UE-28. Questo numero è cresciuto di quasi un milione nel periodo compreso fra il 2008 e il 2012, e di mezzo milione fra il 2011 e il 2012. In diversi paesi, l’incidenza della povertà e il rischio di esclusione sociale tra i minori è maggiore rispetto al resto della popolazione. Per quanto riguarda l’Italia, la percentuale di minori a rischio di povertà raggiunge il 33,8% con un valore che è superiore di cinque punti percentuali rispetto a quello del resto della popolazione. Il maggior rischio di povertà connesso alla minore età si lega alle caratteristiche socio-demografiche delle famiglie e riguarda in particolare i minori che vivono con un solo genitore e quelli che hanno più fratelli e sorelle.

Il caso dell’Italia

Dopo essere lievemente diminuita nel periodo pre-crisi, in Italia, la disuguaglianza di reddito è nuovamente aumentata a partire dal 2009 e ha raggiunto il livello più alto nel 2011. Nella prima fase della crisi, la perdita di reddito ha colpito principalmente i due estremi della società: i più poveri e i più ricchi. Per i primi la crisi ha determinato soprattutto una riduzione del reddito da lavoro mentre per i secondi la contrazione ha riguardato il reddito da capitale.

Se si guarda ai trend, l’aumento della povertà assoluta è meno significativo rispetto a quello della povertà relativa. In particolare, la povertà relativa ha subito fluttuazioni minime nel corso dei primi anni della crisi e, in particolare, fino al 2011. In proposito, è necessario considerare che, riferendosi al reddito o ai consumi medi, l’indicatore di povertà relativa è fortemente influenzato dalle variazioni congiunturali nella distribuzione dei redditi e nel livello di vita. Di conseguenza, data la diminuzione (di oltre il 9%) sia dei redditi, sia dei consumi medi la linea della povertà relativa si è contestualmente abbassata. Questo significa che alcune famiglie, pur non avendo migliorato la loro condizione, non sono più risultate in povertà.

La povertà assoluta è invece aumentata bruscamente passando dal 4,1% nel 2010 al 6,9% nel 2012 e al 7,9% nel 2013. In termini numerici questo significa che si è passati dai 2,4 milioni di persone in povertà assoluta nel 2007 ai 4,8 milioni nel 2012 e ai 6 milioni e ventimila nel 2013. Allo stesso tempo è aumentata significativamente anche la percentuale di persone che (secondo la definizione dell’Eurostat) si trovano in condizione di deprivazione materiale. Questa quota è passata dal 16,1% nel 2008 al 24,8% nel 2012. Altrettanto significativo, se non più netto, è stato l’aumento dell’incidenza della deprivazione materiale grave che, come abbiamo visto, riguarda quelle persone che hanno sperimentato più di tre tipi di deprivazione. Se tra il 2010 e il 2011 tale condizione interessava il 4,2% della popolazione, nel 2012 questa percentuale è arrivata al 14,5% con un valore che è superiore di quasi 5 punti percentuali rispetto alla media europea.

L’incidenza della povertà è aumentata in misura più significativa nelle regioni e fra i gruppi sociali che, già prima della crisi, erano più a rischio di povertà. È il caso del mezzogiorno, delle famiglie numerose con minori e delle famiglie di operai e di impiegati esecutivi. Al contrario, gli anziani (pur continuando a essere sovra-rappresentati fra i poveri) sono stati i meno toccati dalla crisi. Il numero di anziani poveri non è infatti cresciuto in maniera significativa in questo periodo, tuttavia, è aumentato il numero di famiglie in cui la pensione di un anziano è la principale fonte di reddito per tutti i componenti.

Quale strategia per la lotta alla povertà?

Senza la ripresa dell’occupazione sarà certamente difficile ridurre la povertà, tuttavia, come abbiamo visto, l’accesso al mondo del lavoro non determina automaticamente l’uscita da questa condizione. Per contrastare la povertà, sostiene l’autrice, le politiche per l’occupazione devono essere accompagnate da un mix di interventi centrati sulla formazione e volti all’inserimento lavorativo di quanti faticano ad accedere al mondo del lavoro. Questi interventi, a loro volta, devono essere sostenuti da servizi per l’impiego adeguati. Inoltre, un’efficace politica di contrasto alla povertà necessita di misure volte alla conciliazione fra lavoro remunerato e responsabilità familiari e di interventi per il sostegno al costo dei figli. Accanto a tutti questi interventi, sarebbe poi necessario prevedere forme di sostegno economico come il reddito minimo di inserimento per quanti non dispongono di un reddito sufficiente.

 

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