PRIMO WELFARE / Inclusione sociale
Educazione professionale, disabilità e “durante e dopo di noi”
Abbiamo intervistato Nicola Titta, Presidente di ANEP, l'Associazione Nazionale Educatori Professionali
11 ottobre 2017

L’Associazione Nazionale Educatori Professionali è una delle principali organizzazioni di rappresentanza degli educatori professionali in Italia. Fondata nel 1992 da preesistenti realtà regionali, aderisce a organizzazioni sovranazionali come lInternational Association of Social Educators (AIEJI), che a sua volta è parte della rete European Social Education Training (ENSACT). Gli obiettivi statutari dell’associazione sono rappresentare e sostenere la professione e favorire lo sviluppo e la diffusione della cultura professionale all’interno dei servizi socioassistenziali e sociosanitari.


Abbiamo incontrato Nicola Titta, presidente dell’associazione e membro del board internazionale dell’ AIEJI, per approfondire il punto di vista degli educatori professionali sui temi della disabilità e del “durante e dopo di noi” e comprendere come in Italia si sia sviluppato un modello sociale di disabilità, l’idea che la disabilità sia la relazione tra una persona con certe caratteristiche e una società con una certa idea di normalità, anziché una patologia o una “tragedia personale”. L’ANEP ha avuto un ruolo importante nel favorire la diffusione tra i professionisti italiani di alcuni specifici documenti elaborati dall’AIEJI come “Lavorare con persone con disabilità. Il ruolo dell’educatore professionale” e “Social Educational Work within Mental Health”.



Come si è sviluppato in Italia il modello sociale? E come può essere descritto dal punto di vista degli educatori professionali?


Il modello sociale, nei servizi sociali e sociosanitari, si è diffuso a macchia di leopardo. Le Regioni del Nord, in particolare ove è più avanzata l’integrazione sociosanitaria, sono riuscite meglio a sviluppare modelli organizzativi e di cura basati sull’ICF (International Classification of Functioning, Disability and Health), implementando in tal senso la legislazione regionale. Non possiamo dire lo stesso delle Regioni meridionali nonostante anche là vi siano bravissimi professionisti - assistenti sociali, educatori, psicologi - che lavorano nel settore. Il modello sociale si è diffuso in particolar modo in quei contesti in cui c’era una specifica attenzione da parte delle istituzioni, come il Veneto o il Friuli Venezia Giulia; sarebbe utile effettuare uno specifico lavoro di valutazione per vedere come è stata applicata la normativa nelle singole Regioni. Bisogna poi aggiungere che le università continuano a non formare futuri educatori professionali in grado di utilizzare correttamente gli strumenti di assestment (NdA valutazione educativa) previsti dall’ICF.



E nello specifico, il modello sociale come si è diffuso in Italia, quali sono i fattori che hanno portato all’introduzione di queste nuove metodologie e strumenti innovativi, consentendo di superare il modello medico?


Nei servizi rivolti a persone con fragilità è molto forte il modello medico, che però non è mai appartenuto agli educatori e ad altre professioni di cura e di aiuto orientate a lavorare sulla persona e non sul disturbo o sulla patologia. Il passaggio dal modello medico tout-court a quello integrato, è stato più facile nei servizi per la disabilità perché il modello sociale preesisteva in qualche maniera al modello medico, ad esempio nei servizi socioriabilitativi come i centri diurni, le case famiglia e i gruppi appartamento. Anche nelle strutture sanitarie gli educatori hanno da sempre progettato la presa in carico dei destinatari lavorando sulle qualità funzionali, le social skills, i bisogni e le risorse della persona, non considerando solamente le limitazioni definite dal DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders).


Di fatto il modello sociale è sempre esistito in Italia, forse anche di più che in tanti altri Paesi; ad esempio ha ispirato il Sistema Sanitario Nazionale, una struttura basata sull’integrazione sociosanitaria che prende in carico i bisogni della popolazione (NdA precedentemente invece servizi sociali e sanitari erano separati e il sistema sanitario si basava su logiche mutualistiche e categoriali). Manca però tuttora una strategia nazionale integrata per accompagnare le persone con disabilità dalla nascita all’ingresso nel mondo del lavoro garantendo l’inclusione sociale.



Prima lei mi diceva che a livello formativo, a livello universitario, c’è una grossa difficoltà a trasmettere ai futuri educatori l’ICF e le tecniche d’intervento correlate.


I corsi di laurea andrebbero ripensati
. All’interno dei SSD (Settori Scientifico Disciplinari) universitari le conoscenze e le competenze sono molto parcellizzate. Faccio un esempio sul tema: l’ICF è insegnato prevalentemente nel SSD MPED 03, ovvero pedagogia speciale, spesso però solamente a livello teorico, senza attivare laboratori pratici dove sperimentare l’utilizzo del CORE SET, uno strumento di assessment (NdA valutazione) ICF che tutti i professionisti impegnati nei servizi per le disabilità e fragilità dovrebbero poter utilizzare. Si continua a perpetuare una cultura accademica molto teorica dove il sapere continua ad essere più importante dell’applicazione pratica.


Il gap si allarga nell’attività professionale, dove abbiamo educatori che grazie al loro impiego professionale nei servizi del territorio imparano a saper utilizzare strumenti operativi del modello bio-psico-sociale con il contributo di altri professionisti che si sono dedicati alla formazione specifica. Sarebbe opportuno ricercare collaborazioni integrate tra professionisti e mondo accademico proponendo una vera riforma del sistema di alta formazione nel nostro paese per riuscire a convogliare nei servizi un alto numero di professionisti debitamente formati sia nella teoria che nella pratica.



Attualmente quali sono le metodologie, le tecniche e gli strumenti che caratterizzano il modello sociale dal punto di vista di un educatore professionale?


La costante del lavoro educativo è il rapporto diretto e quotidiano tra educatore e utente
che si sviluppa attraverso la condivisione degli spazi, funzionale alla vita autonoma. Il metodo di lavoro mira alla costruzione di una relazione significativa con la persona. L’educatore professionale mette in campo tutte le attività proprie di un processo scientifico, composto da osservazione, analisi e deduzione e finalizzato a ricondurre a coerenza bisogni, problemi, vincoli e risorse della persona in modo da poter definire degli obiettivi e scegliere le attività di risposta. Questa metodologia a spirale consente all’educatore di essere un professionista che progetta, realizza, e valuta i processi di aiuto, cura e presa in carico delle persone affidate.



Invece, dal punto di vista delle metodologie d’intervento, come si caratterizza il rapporto tra il modello sociale e le metodologie come il lavoro di comunità o di rete? Quali sono i modelli teorico-operativi più legati al modello sociale?


Il lavoro educativo da sempre è stato ispirato ad un approccio relazionale che vede al suo centro la persona. Vi è poi una lunga tradizione di lavoro di comunità e di animazione socioculturale con forti riferimenti al modello sistemico-relazionale. Lo strumento principale, ovvero la progettazione personalizzata, si basa sul coinvolgimento diretto della persona attraverso un approccio dialogico; non si può pensare di aiutare una persona senza un suo coinvolgimento diretto nei progetti a lui o lei dedicati.


Secondo la metafora sartoriale del lavoro di cura, occorre “cucire addosso” un progetto personalizzato come un vestito in cui la relazione educativa e la presa in carico pongono al centro del sistema di aiuto obiettivi e azioni condivise come processo di co-costruzione e co-distruzione continue.



Il tema del “durante e dopo di noi” come è stato affrontato dall’ANEP?


Il lavoro sociale da sempre si occupa di progetti di autonomia, quindi del “dopo di noi”. Per noi il “dopo di noi” si costruisce tutti i giorni con tutte le persone affidate ai servizi ove operiamo. C’è una legge nazionale che dobbiamo valutare nella sua operatività, non è semplice dire se essa funzionerà se non quando sarà concretizzata in azioni sui territori.


Voglio fare dei piccoli esempi. Nel caso di persone con disabilità, queste al compimento del diciottesimo anno di età dovrebbero potersi rappresentare da sole per legge o, se non sono in grado, dovrebbe essere nominato un amministratore di sostegno. Questo è però fattibile solo all’interno di percorsi d’accompagnamento personalizzati.


Il “dopo di noi” deve poter iniziare molto prima che sopraggiunga la vecchiaia dei genitori o vi siano distacchi traumatici. È proprio l’accompagnamento della famiglia che manca nei nostri servizi, in particolare nei servizi Asl; di conseguenza spesso le famiglie non riescono a fare la transizione al “dopo di noi”. Non sarà certo una legge a poterlo agevolare, occorre stimolare le persone a pensare a quali possono essere gli effettivi livelli di autonomia possibile di una persona con disabilità e a come una comunità possa prendersene cura. Sono aspetti che andrebbero affrontati ma che la legge 112/2016 non tocca.



In merito all’attuale legge approvata dal Parlamento, cioè la legge 112/2016, l’ANEP in qualche modo ha preso parte al processo elaborativo?


In realtà no. Nonostante rappresentiamo una categoria di professionisti che lavora a contatto con la disabilità, come tante altre organizzazioni di rappresentanza, non abbiamo avuto alcuna convocazione o invito istituzionale. Andrebbe fatta una lunga riflessione sull’ascolto e il coinvolgimento degli stakeholder primari e secondari coinvolti in processi come quello della legge 112/2016. Nel nostro iter legislativo non è sufficiente essere coinvolti nel processo per essere ascoltati in commissioni o a livello istituzionale; spetta ai parlamentari coinvolgere i portatori di interesse. Vige la logica dell’invito. Trovo questa logica singolare e sbagliata visto che si parla molto di coinvolgere gli stakeholder e poi non viene fatto.



Durante le audizioni parlamentari, prima alla Camera poi al Senato, sono state coinvolte tutte le realtà legate alla disabilità, tipo la FISH, la FAND..


Sono state ascoltate e convocate le associazioni di famigliari e di persone con disabilità
. È un modo di operare che non condivido perché parcellizza un problema complesso. Questo non è accaduto solo per la 112, questo accade su tante altre questioni di respiro professionale.



Diciamo che l’attuale Parlamento tende a non coinvolgere gli educatori professionali nell’approvazione di normative che hanno come tema le politiche sociali…


Il Parlamento, per non fare torto a nessuno, non ha coinvolto neppure altre figure professionali. La nostra cultura familistica ha visto in primis coinvolte associazioni di familiari e di persone in stato di fragilità, acquisendo un punto di vista fondamentale ma parziale rispetto a un problema. A mio parere non ha ascoltato chi lavorando nelle strutture assistenziali, sanitarie, e sociosanitarie, si prende cura delle persone con disabilità.


Probabilmente gli operatori sociali e sanitari potrebbero aiutare molto a comprendere il funzionamento dei servizi alla persona. Trovo assurdo che il Ministro che dispone e gestisce un fondo nazionale che finanzia servizi per i cittadini, non ascolti chi in quei servizi lavora quotidianamente. In Italia abbiamo una visione deprofessionalizzata dei servizi socioassistenziali; si ritiene che l’aiuto sia una forma naturale connessa alla vita delle persone e che per questo chiunque possa farlo. Questo pensiero fa si che i professionisti della cura non siano reputati tali.



Entrando nel merito della norma ci sono vari punti come l’istituzione di un fondo nazionale che va a finanziare progetti di accompagnamento all’autonomia, alla vita indipendente, attraverso piccoli gruppi di convivenze, promossi anche dalle famiglie e dalle persone con disabilità, il co-housing e altri progetti simili. C’è un punto che riguarda sgravi fiscali relativi alle assicurazioni sulla vita, ai trust e altri strumenti civilistici di protezione del patrimonio. L’ANEP su questi punti come si pone?


Siamo favorevoli ma abbiamo l’impressione che la legge, così come è stata costruita, non tenga conto delle persone con disabilità molto gravi che non sono in grado di poter effettuare neanche alle piccole attività del quotidiano e hanno necessità di assistenza ventiquattro ore su ventiquattro. Queste persone, essendo in molti casi impossibilitate a muoversi, necessitano di una struttura residenziale non a carattere sanitario.


Su questo tema servizi e famiglie probabilmente verranno lasciati sole come è spesso accaduto. Esistono già all’interno delle reti associative confronti tra le organizzazioni legate alla disabilità mentale e le organizzazioni legate alla disabilità fisica grave. Ci sono grosse differenze alle quali la legge attualmente non risponde e sarebbe invece utile approfondire questi aspetti congiuntamente all’avvio di progetti sui territori al fine di trovare sin da subito correzioni o proposte di riordino. Il secondo aspetto riguarda l’applicazione territoriale della legge da parte delle Regioni che certamente non sarà immediato e porrà diversi problemi nel rapporto tra i differenti livelli di governance in assenza di una strategia complessiva nel testo di legge.



Tra le proposte fatte dalla FISH in materia di “dopo di noi” c’è appunto anche la chiusura delle grandi strutture e la costruzione di piccoli nuclei abitativi come i gruppi appartamento, limitati a poche persone, al massimo otto posti..


Mi sembra positivo, si va nella direzione di umanizzare i servizi per la disabilità. Nella realtà bisogna però tener conto che l’apertura, il funzionamento e le caratteristiche delle strutture a ciclo diurno e residenziale, così come il personale impiegato, sono competenza specifica delle Regioni, che hanno legislazioni differenti. Sarebbe opportuno che le Regioni concordassero linee d’indirizzo uniformi.


Sono d’accordo ad avere strutture con più di otto posti, a patto che vi sia una vera integrazione sociosanitaria nelle stesse. Bisogna fare lo sforzo di pensare all’inserimento sociale, ossia collocare la struttura nel reale contesto di vita delle persone con disabilità, senza creare oasi bellissime ma lontane dai centri di vita.



Negli ultimi anni nel sistema di welfare italiano hanno acquisito rilevanza attori privati, sia non profit, come le fondazioni di origine bancaria, sia for profit, come le imprese o le assicurazioni. Secondo lei quale può essere il contributo di questi soggetti nelle politiche per la disabilità?


È importante valorizzare tutte le risorse disponibili ed è auspicabile che anche il privato possa dare il suo contributo. Il problema è sempre lo stesso: non deve essere lasciata alla singola famiglia, alla singola associazione, alla singola fondazione, alla singola attività, l’autonomia di scelta in merito agli aspetti operativi della struttura bensì è necessario garantire la differenziazione di compiti tra pubblico e privato e tra famigliari e tecnici.


Faccio un esempio pratico. Noi abbiamo avuto negli anni ’60 e ’70 gruppi di famigliari che hanno fondato grandi associazioni di assistenza come ANFFAS. Abbiamo bisogno di rivedere questa questione adottando una logica di “trust”. Trovo abbastanza singolare che il famigliare di una persona con disabilità sia allo stesso tempo controllore, fruitore e gestore del servizio rivolto al suo congiunto. È positivo che attori privati entrino in questo campo ma deve essere chiaro il ruolo che assumono. Il settore deve essere regolamentato non per mero tecnicismo, ma per assicurare equilibrio e certezze in termini di garanzie a destinatari ed operatori dei servizi.

 


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