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Fiducia nell'Europa: italiani spaccati a metà
Rifiutati dalla globalizzazione, lontani dalla politica, tentati dall'astensione: gli euroscettici spingono per un forte cambiamento, ma non sono ancora la maggioranza
12 giugno 2018

Che cosa sta succedendo agli elettori italiani? Vogliono davvero uscire dall’euro e abbandonare l’Unione Europea? Un recentissimo Eurobarometro ci consente di fornire qualche risposta. Iniziamo col dire che gli italiani sono fra i più “alienati” d’Europa. Solo il 36% pensa che la loro voce conti nel Paese e meno ancora in Europa. La distanza dagli altri Paesi è impressionante (tab. 1). Il desiderio di un cambiamento reale è dal canto suo molto elevato. Anche se non necessariamente propenso a votarli, il 71% degli elettori ritiene che i “nuovi partiti” possano dare una benefica scossa per cambiare le cose (media UE=56%), peraltro senza rappresentare una minaccia alla democrazia.

Alienazione politica e forte desiderio di cambiamento hanno creato un terreno fertile per l’euroscetticismo. Una maggioranza davvero risicatissima si esprime oggi a favore dell’appartenenza del nostro paese alla UE (tab. 3). Un dato in netta controtendenza rispetto alla media UE e persino rispetto al Regno Unito. Ciò che colpisce della tab. 3 è il grado di polarizzazione: fra i favorevoli e i contrari c’è una distanza di soli 3 punti. L’Italia appare davvero come un paese in bilico, il più diviso in assoluto sulla questione UE/euro.

Qual è il profilo degli euro-scettici? I dati segnalano che gli anti-UE si concentrano nel centro-destra e provengono in prevalenza dal segmento più vulnerabile della società: disoccupati, precari, operai, impiegati esecutivi. Un tratto unificante è la bassa istruzione, i bacini economici prevalenti sono la piccola impresa, il lavoro autonomo tradizionale, i servizi “poveri”. E’ la sindrome dei “perdenti della globalizzazione”: i ceti sociali più minacciati dall’apertura dei mercati e dalle politiche di austerità tendono a indirizzare la propria frustrazione verso un’Europa vista come veicolo di apertura (Cina, multinazionali, immigrati) e come tappo che impedisce sostegni via spesa pubblica. Si tratta, ripeto, di una tendenza: non tutti i “perdenti” sono dichiaratemene euroscettici e molti si collocano comunque a (centro)sinistra. Le loro priorità sono in piena linea con la loro condizione socio-economica (tab. 4). Al primo posto figura la lotta alla disoccupazione, seguita dalle tasse (probabilmente il problema è qui la difficoltà a pagarle). Poi emerge una chiara domanda di protezione e di sicurezza. Da notare che al secondo posto viene la lotta alla corruzione.

Nel quadro tracciato c’è un convitato di pietra: un consistente gruppo di cittadini (25%) che ho definito “smarriti” (Corriere del 6 aprile) e che non hanno votato. Moltissimi di loro sono anche “alienati”, anzi, alienate, visto che due terzi sono donne. Ed è probabile che fra di loro ci siano molti/e perdenti. Fra gli smarriti non si registra tuttavia né una propensione vero la destra né euroscetticismo. E’ ben possibile che l’astensione sia stata proprio dovuta alla mancanza di una offerta politica capace di proporre soluzioni alternative a quelle populiste e sovraniste.

Quest’ultimo punto è cruciale per i destini dell’Italia. L’alienazione politica, l’insicurezza economica e sociale, l’insofferenza verso istituzioni e casta ritenute corrotte, il desiderio di cambiamento “reale” hanno spianato la strada a Cinque Stelle e Lega e ai loro messaggi protezionistici verso l’interno e aggressivi verso l’esterno. A far bene i conti su tutto l’elettorato - smarriti inclusi - il popolo pro-UE e pro-euro dovrebbe ancora avere, però, una larga maggioranza assoluta: il 44% della tabella 1, e in più una buona parte (diciamo il 10/15%) delle smarrite. Si tratta di semplici ordini di grandezza, tutti da verificare al momento del voto. Ma sufficienti per smentire l’idea che la partita fra euroscettici e euro-sostenitori sia già stata vinta - e definitivamente - dai primi.

Il problema è che nessuno rappresenta oggi il bacino di chi è favorevole alla UE - magari una UE riformata. Nessuno si sta sforzando di comunicare con questi elettori, di organizzarli e mobilitarli. La politica non ama i vuoti, se nessuno si fa avanti il bacino rischia di restringersi e disperdersi. Possiamo aspettarci un (rapido) rimbalzo in termini di iniziativa da parte di chi dovrebbe rappresentare la maggioranza di euro-sostenitori? Con una proposta del tipo: alleanza per il rilancio dell’Italia e per la riforma della UE? Lo spazio politico ci sarebbe. Ciò manca è però qualche “capitano coraggioso” interessato e capace di prendere l’iniziativa.




Questo articolo è stato pubblicato sul Corriere della Sera di lunedì 4 giugno 2018 e qui riprodotto previo consenso dell'autore

 


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