PRIMO WELFARE /
Ciò che Tsipras non dice all'Europa (e ai greci)
Bruxelles ha ragione nel chiedere ad Atene un welfare sostenibile. Il leader di Syriza non può continuare a difendere lo status quo e le corporazioni che sono più protette
11 giugno 2015

La vittoria elettorale di Syriza è stata salutata con simpatia da molti settori della sinistra europea e italiana in particolare: un trionfo della democrazia contro la tecnocrazia, la difesa del welfare contro l’austerità neo-liberista. Nella sua intervista al Corriere, Tispras ha indossato i panni del cavaliere solitario in guerra contro l’ingiustizia, lanciando bordate non solo contro la Commissione e la Germania, ma anche con i suoi colleghi sud-europei, colpevoli di fingere che i torti subiti dalla Grecia non li riguardino pur di tranquillizzare i mercati finanziari. Alcuni giudizi espressi dal Primo Ministro di Atene non sono privi di fondamento. Le condizioni che la Troika (ora ridefinita come Gruppo di Bruxelles) ha imposto al suo paese a partire dal 2010 sono state molto severe e intransigenti, troppo focalizzate sui tagli di bilancio e insensibili alle esigenze della crescita.

Sorprendono però quasi tutte le critiche di Tsipras alle attuali proposte UE. Chi conosce i documenti sa che nessuno, ma proprio nessuno sta chiedendo alla Grecia di “abolire le pensioni più basse e i sussidi che riguardano i cittadini più poveri”. L’invito è semmai quello di riformare un sistema sperequato a favore dei redditi più alti, che ancora consente ai dipendenti pubblici di andare in pensione anticipata prima dei 55 anni (costo: 1 miliardo e mezzo di euro l’anno, quasi un punto di PIL, solo per queste pensioni). A gennaio sarebbe dovuta entrare in vigore una riforma che avrebbe, fra l’altro, rafforzato le pensioni più basse . Tsipras ha “ucciso” (parole sue) questa riforma. Quanto ai sussidi ai più poveri, la Commissione invita la Grecia a razionalizzare gli strumenti esistenti e a introdurre un reddito minimo garantito. Il Ministro per gli affari sociali ha risposto che il reddito minimo “è roba da Africa” e che il governo vuole procedere con altre misure.

Intanto, una delle prime mosse del nuovo governo è stata la firma di un generoso contratto per i dipendenti della DEPA (equivalente greco dell’Enel). E nel Ministero delle Finanze sono stati ri-assunti centinaia di addetti alle pulizie, con tanto di indennità aggiuntiva. Prima della ri-assunzione, una cooperativa esterna puliva il palazzo con trenta persone. Gli esempi potrebbero continuare. Il punto da sottolineare è, tristemente, questo: Tsipras e Varoufakis fanno prediche “di sinistra” quando parlano all’Europa, ma in casa propria sono schierati a difesa di uno status quo che avvantaggia selezionate categorie di lavoratori del settore pubblico, altamente sindacalizzate, e del mondo professionale piccolo-borghese.

C’è da sperare che le sinistre europee sappiano prendere bene le misure al fenomeno Syriza: un misto di radicalismo anni Settanta e di nazionalismo euroscettico. Come ha spiegato Manos Matzaganis in un lucido contributo sul sito Openemocracy.net, questo partito affonda le sue radici nella persistente polarizzazione ideologica e nel populismo etnocentrico della cultura politica greca, causa ed effetto, al tempo stesso, dei ritardi di modernizzazione di questo paese.

In Grecia c’è davvero un’emergenza sociale e la UE ne è parzialmente responsabile. Ma il welfare ellenico era un iniquo colabrodo già molto prima della crisi. La Commissione UE ha ragione da vendere quando chiede di riformarlo. Salvare la Grecia conviene a tutti. Tsipras ne è consapevole e per questo ha tirato così a lungo la corda. Ma restare nella famiglia UE significa anche rispettarne le regole. Prima fra tutti, quella di mantenere un legame “decente” fra ciò che si dice e ciò che si fa.


Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 10 giugno


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Nicola Giannelli | 16.06.2015
Ogni persona che parla della Grecia sembra sempre occultare un punto di vista per farne prevalere un altro. Mi sembra di aver capito che: a) Il sistema pensionistico greco, in origine troppo generoso in relazione ai redditi effettivi e ai contributi versati è stato riformato nel 2010 riducendo le prestazioni ma senza abbandonare il sistema retributivo (calcolo della pensione su tutta la carriera lavorativa e innalzamento degli anni di contribuzione), e senza ridurre le pesante sperequazione tra pensioni alte e basse del sistema. Però tasse specifiche sono state approvate a carico dei pensionati. b) In proporzione agli stipendi è vero che il sistema resta più generoso di quello tedesco c) La stragrande maggioranza delle pensioni erogate è bassa (in media meno di 700 euro, 170 per le integrative). Il 60% dei pensionati prende meno di 800 euro lordi al mese. d) I tagli delle pensioni esistenti sono già stati consistenti (dal 30 al 50%) e) L'ammontare totale dei trattamenti previdenziali non sociali è il più alto in Europa: 14% del Pil (dopo viene l'Italia con il 13%) e ogni anno il 9% del pil va a coprire il buco delle pensioni. f) Questo squilibrio è enormemente aumentato dal fatto che il PIL greco è crollato del 25% dopo la crisi e le politiche di austerità. In pratica la Grecia non si potrebbe più permettere il suo sistema pensionistico. g) La diminuzione del numero di occupati, soprattutto giovani, essendo quello greco, come nei fatti anche il nostro, un sistema a ripartizione, ha fatto esplodere il deficit del sistema previdenziale h) Molte pensioni, per quanto modeste, svolgono un ruolo di ammortizzatori sociali in paesi privi di reali reti welfare, come la Grecia. Questo è ancora più vero dal momento che le persone sopra i 50 anni hanno molte meno possibilità di prima di trovare lavoro quando lo perdono (disoccupazione over 55 al 20%, prima era al 6%) i) In pratica il governo greco, se non vuole aggravare il dramma sociale, dovrebbe limitarsi a tagliare le pensioni più alte e cercare di recuperare l'evasione che in Grecia è un male ancora più endemico che in Italia. l) Solo un rilancio dell'economia potrebbe alleviare un po' la situazione l'unica cosa alla quale davvero punta il governo greco nella trattativa una haircut del debito (sforbiciata che secondo il modello FMI mi sembra di aver capito dovrebbe essere di circa il 30%). Secondo me se i creditori non aprono su quello Tsipras non aprirà su niente altro. Così ho capito io, N
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