POVERTÁ E INCLUSIONE /
Povertà in Italia: ecco perché la situazione è davvero preoccupante
Il Rapporto annuale dell'Istat sulle condizioni di vita e reddito mostra come intere fasce della popolazione siano esposte al rischio di esclusione
28 dicembre 2016

In questi giorni il tema della povertà è stato ripreso dalle principali testate giornalistiche ed è stato citato spesso nel dibattito politico. Nella discussione avvenuta in Senato il 14 dicembre scorso intorno al programma di governo presentato dal nuovo Presidente del Consiglio, tutti i gruppi parlamentari hanno fatto almeno un accenno alla grave situazione sociale del Paese. Il dato richiamato riguarda il rischio di povertà e di esclusione sociale, che secondo i dati interessa il 28,7% delle persone che vivono in Italia.

Per approfondire la questione abbiamo analizzato il rapporto basato sull’indagine campionaria “Reddito e condizioni di vita” (EU-SILC) realizzato annualmente dall'Istat. Tale indagine permette una lettura delle condizioni di benessere nel nostro paese e monitora il raggiungimento, a livello nazionale, degli obiettivi della Strategia Europa 2020. Nel campo della povertà l’obiettivo europeo, da raggiungere entro il 2020, è di ridurre di 20 milioni il numero degli individui a rischio di povertà o esclusione sociale; l’obiettivo, per l’Italia, corrisponde a 2,2 milioni. Il recente rapporto mostra che l’Italia è ancora lontana dal raggiungere l’obiettivo definito con Europa 2020.

Di seguito si presentano i dati più interessanti relativi al rischio di povertà ed esclusione sociale, al reddito e alla disuguaglianza.


Rischio di povertà ed esclusione sociale

Una persona è a rischio di povertà o di esclusione sociale se vive in una famiglia che presenta almeno una delle seguenti condizioni:

  1. Rischio di povertà: con un reddito al di sotto di una soglia fissata al 60% del reddito mediano della popolazione di riferimento;
  2. Bassa intensità lavorativa: i componenti della famiglia tra i 18 e i 59 anni (esclusi gli studenti al di sotto dei 24 anni) lavorano per meno di 1/5 del tempo teoricamente disponibile per l’attività lavorativa;
  3. Grave deprivazione materiale: sono presenti almeno quattro di nove indicatori specifici (a titolo di esempio: avere debiti nel pagamento di spese legate all’alloggio e alle utenze, non poter riscaldare adeguatamente la propria abitazione, non potersi permettere una lavatrice).

In base alle rilevazioni, il 28,7% delle persone residenti in Italia nel 2015 era a rischio di povertà o di esclusione sociale. Si tratta di quasi 17,5 milioni di individui. L’Italia ha conosciuto un aumento di questa percentuale rispetto al 2008 (anno di misurazione su cui sono basati gli obiettivi della Strategia Europa 2020), quando il 25,5% della popolazione residente viveva in queste condizioni, cioè circa 15 milioni di persone; tale percentuale è inoltre al di sopra della media europea del 23,7%.

Il rapporto del 2015 mostra chiaramente che l’Italia ha ancora molta strada da fare per raggiungere il suo obiettivo: entro il 2020 il numero di persone a rischio di povertà o di esclusione sociale dovrà ridursi di 4,5 milioni di unità. Nel nostro paese la percentuale di popolazione a rischio di povertà o di esclusione sociale è rimasta sostanzialmente invariata tra il 2014 e il 2015, anche se le tre condizioni che compongono l’indicatore sintetico hanno subìto delle variazioni. La quota di persone in famiglie a bassa intensità lavorativa si è abbassata, mentre è rimasta stabile la quota in grave deprivazione ed è cresciuta quella di persone in famiglie a rischio di povertà (Figura 1).


Figura 1. Indicatori di povertà o esclusione sociale. Anni 2004-2015, per 100 individui
Fonte: Istat 2016.

Se la situazione in generale è rimasta stabile, alcuni segmenti di popolazione hanno visto la loro condizione peggiorare rispetto all’anno precedente: le famiglie che vivono nelle regioni centrali dell’Italia e le coppie con almeno tre figli (un aumento di quasi 10 punti percentuali).

Il rischio di povertà ed esclusione sociale è influenzato da una serie di variabili. In primo luogo, la ripartizione geografica: nelle regioni del Sud Italia i valori relativi alla grave deprivazione e alla bassa intensità lavorativa sono quasi doppi rispetto alla media nazionale. In queste regioni la percentuale di persone a rischio di povertà o esclusione sociale raggiunge il 46,4% – quasi una persona su due – e alcune regioni presentano dati drammaticamente preoccupanti, come la Sicilia in cui il fenomeno investe più di metà della popolazione residente (55,2%).

Le famiglie composte da coppie con tre o più figli sono rappresentate in tutti gli indicatori con percentuali decisamente più elevate rispetto alla media nazionale. La situazione peggiora ulteriormente quando i tre figli sono minori: più di metà di queste famiglie è a rischio di povertà o esclusione sociale (51,2%). Anche le famiglie monogenitoriali, pur non avendo visto peggiorare la loro condizione da un anno all’altro, sono maggiormente a rischio di povertà o esclusione sociale (+11,4% rispetto alla media nazionale).

Infine anche la cittadinanza influisce sul rischio di povertà ed esclusione sociale. Quasi metà delle famiglie con almeno un componente straniero è infatti a rischio di povertà o esclusione sociale (49,5%). Particolarmente interessante è il fatto che, nonostante le famiglie con stranieri siano fra le più povere d’Italia, solo il 7,7% di esse sperimenta una bassa intensità lavorativa. Si tratta di una percentuale molto al di sotto di quella delle famiglie composte solo da italiani e al di sotto della media nazionale di tutte le famiglie.


Andamento del reddito

Nel 2014, anno di misurazione del reddito su cui si basa il rapporto, il reddito medio mensile ammontava a 2.456 euro, a 2.016 euro invece quello mediano (cioè il valore che divide a metà la popolazione in modo che metà di essa percepisca un reddito al di sotto di quel valore e l’altra metà al di sopra; poiché la distribuzione dei redditi è asimmetrica, il reddito mediano è inferiore al reddito medio). Tenendo conto dell’inflazione, il reddito mediano e quello medio sono rimasti invariati rispetto al 2013; il dato mostra una situazione per la prima volta stabile dal 2009, anno in cui è iniziata una progressiva caduta del reddito.

Se la stabilità del reddito è un dato incoraggiante, è opportuno approfondire l’analisi per far luce sulle variabili che sono in grado in influenzarne l’andamento. Una prima variabile è la principale fonte di reddito: le famiglie che traggono il loro reddito principalmente dal lavoro autonomo, a differenza di tutte le altre famiglie, hanno conosciuto una riduzione del loro reddito rispetto all’anno precedente (-5%). Il lavoro autonomo è infatti quello che ha subìto maggiormente gli effetti negativi della crisi economica e della recessione negli anni precedenti, sperimentando una riduzione del reddito di circa il 28% rispetto al 2009 (Figura 2).
 

Figura 2. Redditi familiari con affitti figurativi a prezzi costanti per le principali tipologie di reddito. Anni 2003-2014, valori medi. (Base 2003 = 100).
Fonte: Istat 2016.


Similmente a quanto evidenziato per il rischio di povertà ed esclusione sociale, un altro fattore che influisce pesantemente sul reddito delle famiglie è la zona di residenza. Rispetto al 2009, le famiglie che hanno conosciuto una maggiore riduzione del reddito medio sono quelle del Centro Italia (-15%), seguite dalle regioni del Sud e dalle isole (-14%) e da quelle del Nord (-9%). Nel 2014, il reddito familiare medio e quello mediano erano molto differenti per le famiglie residenti nel Nord, nel Centro, nel Sud e nelle isole. Infatti, fatto 100 il reddito familiare medio nel Nord Italia, le famiglie del Centro e del Sud hanno percepito rispettivamente il 92,5% e il 72,5%. Mentre la differenza di reddito tra le regioni del Nord e del Centro in alcuni casi è quasi nulla (ad esempio quando la principale fonte di reddito deriva da pensioni e trasferimenti pubblici), la distanza con il Sud e le isole rimane marcata.

Anche la cittadinanza, come del resto accade per il rischio di povertà ed esclusione, svolge un ruolo cruciale. In tutto il paese il reddito medio e quello mediano delle famiglie con almeno un componente straniero sono inferiori rispetto a quelli delle famiglie che hanno tutti i componenti italiani. Tale differenza assume contorni ancor più drammatici in alcune condizioni. Nel Sud Italia e nelle isole le famiglie con almeno un componente straniero vedono il loro reddito mediano quasi dimezzato rispetto a quello delle famiglie composte solo da italiani. Anche l’analisi del reddito in base alle caratteristiche del principale percettore di reddito sottolinea l’importanza della cittadinanza: se il principale percettore non è italiano, il reddito familiare risulta paragonabile al reddito delle famiglie il cui principale percettore di reddito è disoccupato.

L’analisi del reddito in base alle caratteristiche del principale percettore di reddito evidenzia anche altri elementi che incidono sull’andamento: il sesso e il livello di istruzione. Le famiglie in cui il principale percettore di reddito è donna, per la maggioranza costituite da anziane sole e coppie con figli, hanno un reddito mediano inferiore di circa un terzo rispetto alle famiglie il cui principale percettore è un uomo. Un alto livello di istruzione invece incide positivamente sul reddito, che cresce quando il livello di istruzione è più alto. In particolare, le famiglie il cui principale percettore di reddito ha un diploma di laurea hanno un reddito mediano che è più del doppio di quello delle famiglie in cui la persona di riferimento non ha conseguito alcun diploma o possiede solo la licenza elementare.

Un’ultima considerazione riguarda l’importanza della proprietà immobiliare nel nostro paese. Poiché il possesso dell’abitazione principale è molto diffuso (meno di 1/5 delle famiglie vive in affitto), il calcolo dei redditi è “corretto” dall’aggiunta degli affitti figurativi. Questi ultimi sono una componente non monetaria del reddito delle famiglie che vivono in casa di proprietà o in uso gratuito e delle famiglie che vivono in affitto agevolato. Gli affitti figurativi rappresentano il costo (aggiuntivo nel caso dell’affitto agevolato) che queste famiglie dovrebbero sostenere per prendere in affitto un’abitazione con le stesse caratteristiche di quella in cui vivono.

L’inclusione degli affitti figurativi non modifica sostanzialmente la struttura delle relazioni tra redditi e caratteristiche delle famiglie, ma determina un innalzamento in alcuni casi significativo del reddito. Questo innalzamento si manifesta comunque maggiormente nel Centro e nel Nord che nel Sud, mantenendo quindi la “distanza” territoriale tra i redditi (Figura 3).
 

Figura 3 – Reddito familiare al netto e al lordo degli affitti figurativi per Regione. Anno 2014, media in euro
Fonte: Istat 2016


Disuguaglianza sempre più forte

Per misurare la disuguaglianza, il rapporto fa riferimento innanzitutto all’indice di Gini, che misura il grado di diseguaglianza nella distribuzione del reddito. L’indice varia da 0 (tutte le persone percepiscono lo stesso reddito) a 1 (massima diseguaglianza nella distribuzione del reddito). Nel nostro paese nel 2015 tale indice aveva un valore medio pari a 0,324, stabile rispetto all’anno precedente ma sotto la media europea (0,310). Coerentemente con l’analisi dei redditi, l’indice di Gini ha valori decisamente diversi nel Nord (0,293), nel Centro (0,311), nel Sud e nelle isole (0,334).

Il rapporto propone inoltre un’analisi della disuguaglianza nella distribuzione dei redditi. L’analisi viene condotta ordinando le famiglie dal reddito più basso a quello più alto e suddividendole in cinque gruppi; in ognuno di questi quinti è compreso il 20% della popolazione, nel primo il 20% più povero della popolazione e così via fino al 20% più ricco. Calcolando la percentuale di reddito di cui dispone ogni quinto, se la distribuzione fosse equa ogni quinto di popolazione avrebbe un quinto del reddito totale (20%). La situazione in Italia è invece decisamente diversa (Figura 4).
 

Figura 4 – Reddito familiare equivalente netto per famiglie, ordinate in quinti. Anno 2014, composizione percentuale

Fonte: Istat 2016.

La distribuzione del reddito in Italia non è equa: il quinto più ricco della popolazione possiede quasi il 40% del reddito disponibile, una cifra che corrisponde a quasi sei volte il reddito a disposizione del primo quinto, il più povero. Come già evidenziato, la proprietà dell’abitazione principale è particolarmente diffusa in Italia in tutte le fasce della popolazione e in tutte le regioni. Questo elemento contribuisce a riequilibrare, anche se di pochissimo, la disparità nella distribuzione dei redditi (Figura 4, grafico a destra).

Alcuni elementi, già evidenziati rispetto al rischio di povertà ed esclusione sociale e al reddito, sono rilevanti anche nel caso delle disuguaglianze. In primo luogo, la ripartizione geografica gioca un ruolo fondamentale nello stabilire il quinto di appartenenza: appartiene al quinto più povero il 36,8% delle famiglie che vivono nel Sud e nelle isole, contro il 14,8% del Centro e l’11,1% delle famiglie del Nord. In secondo luogo, le famiglie più numerose sono ancora una volta penalizzate, soprattutto in presenza di tre o più figli minori: più della metà di queste famiglie si ritrova nel quinto più povero (54,7%).

Quasi la metà delle famiglie con almeno un componente straniero si trova nel primo quinto (46,3%). Infine il livello di istruzione del principale percettore di reddito si conferma come elemento che si accompagna ad un posizionamento nei quinti più ricchi. Il 42,1% delle famiglie il cui principale percettore di reddito è laureato si trova nel quinto più ricco, segnando una forte distanza rispetto alle famiglie in cui principale percettore non ha diploma o ha solo la licenza elementare (6,8%).


Considerazioni conclusive

Il rapporto “Reddito e condizioni di vita” dell’Istat dimostra che siamo ancora lontani dal raggiungere l’obiettivo di riduzione della povertà posto dalla strategia Europa 2020, nonostante (per la prima volta dal 2009) l’indicatore relativo al rischio di povertà ed esclusione sociale non abbia registrato un peggioramento rispetto all’anno precedente.

Sebbene neanche il reddito abbia subìto un peggioramento rispetto all’anno precedente, alcune caratteristiche giocano un ruolo fondamentale nel mantenere al di sotto della media nazionale il reddito di alcune famiglie in Italia (la zona di residenza, la cittadinanza, il basso livello di istruzione). Infine la distribuzione squilibrata dei redditi contribuisce a conservare ben radicata nel nostro paese una forte disuguaglianza.

Se è vero che in media il rischio di povertà ed esclusione sociale colpisce un italiano su quattro, ben più di un’italiana o di uno straniero su quattro sperimentano questa condizione. Il dato chiaro che traspare dal rapporto non è solo una situazione nazionale complessivamente difficile, ma il fatto che intere fasce di popolazione siano enormemente più esposte della media al rischio di povertà o esclusione sociale. Non ci resta che augurarci che il tema della disuguaglianza, molto presente nel dibattito politico attuale, rimanga nei prossimi anni all’apice dell’agenda politica.


Riferimenti

Istat (2016), Condizioni di vita e reddito, anno 2015

 


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