POVERTÁ E INCLUSIONE /
Povertà e contrattazione sociale territoriale, intervista a Maria Guidotti
La coordinatrice dell’Osservatorio sulla contrattazione sociale Cgil e Spi ci racconta come funziona questo particolare tipo di contrattazione
22 aprile 2017

Con il termine “contrattazione sociale territoriale” si fa riferimento a quell’attività di contrattazione che si realizza nei territori, ha come controparte (prevalentemente) le istituzioni pubbliche (enti locali e asl) e tocca temi che vanno dall’erogazione di servizi e prestazioni, al livello delle tariffe e dei tributi locali.

Delle caratteristiche di questa contrattazione ne abbiamo discusso con Maria Guidotti coordinatrice dell’Osservatorio sulla contrattazione sociale Cgil e Spi.


Può raccontarci come e quando nasce la contrattazione sociale territoriale?

L’attenzione a ciò che avviene al di fuori del mondo del lavoro è un tratto tipico del sindacalismo italiano e che si è sviluppato soprattutto negli ultimi quaranta/cinquant’anni. In proposito, pensiamo all’esperienza dei grandi movimenti cui il sindacato ha partecipato; il diritto alla casa, allo studio o i diritti civili. Si tratta di temi che hanno impegnato e caratterizzato fortemente l’attività del sindacato italiano a partire dalla fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70.

L’evoluzione di queste dinamiche ha portato allo sviluppo di una diffusa contrattazione territoriale. Questo tipo di contrattazione trae fondamento dal fatto che il reddito da lavoro si difende e si tutela non solo nel luogo di lavoro e con politiche specifiche ma anche sul territorio. Le politiche sociali e fiscali sono infatti importanti strumenti di redistribuzione della ricchezza. Per questa ragione il sindacato italiano si occupa, ormai da tempo, sia di contrattazione nei luoghi di lavoro sia di contrattazione nei territori.

Come dicevo, la contrattazione territoriale è una peculiarità del sindacalismo italiano. A livello internazionale i sindacati sono infatti dediti quasi esclusivamente alla contrattazione nei luoghi di lavoro. Peraltro, il fatto che in Italia esista un sindacato dei pensionati è frutto di questa cultura. Non è un caso che solo nel nostro paese abbiamo dei sindacati di pensionati che, non solo sono molto forti, ma sono anche organizzati come categorie autonome. Qualcosa di simile c’è nei sindacati spagnoli e francesi ma si tratta comunque di un fenomeno meno rilevante dal punto di vista numerico. A livello internazionale il modello è quello del lavoratore che, una volta in pensione, se vuole, rimane iscritto alla sua categoria di appartenenza.


Che rapporto c’è fra contrattazione territoriale e presenza di un sindacato dei pensionati?

Il fatto che, nel sindacato italiano, ci sia una storia di impegno sul territorio ha costituito la base culturale grazie alla quale si sono sviluppati sindacati dei pensionati che agiscono solo sul territorio. In altre parole, questa esperienza si è innestata su un presupposto di impegno nel territorio e su una cultura che non guarda solo al luogo di lavoro ma anche, appunto, ai territori.


La contrattazione territoriale è cambiata sotto la spinta della crisi economica?

Sì, la contrattazione sul territorio risente certamente delle fasi politiche, sociali ed economiche che si susseguono. Ad esempio, possiamo certamente dire che negli ultimi anni si è sviluppata una contrattazione principalmente difensiva. Questo significa che attualmente la contrattazione territoriale mira prevalentemente a mantenere il livello di servizi e prestazioni che già sono sul territorio. In sostanza, l’obiettivo è non arretrare su quello che c’è.

Un tema che, per ovvie ragioni, ha trovato ampio sviluppo in questi anni di crisi è quello degli interventi di sostegno al reddito. Molte contrattazioni territoriali hanno riguardato interventi sporadici e occasionali in questo campo (es. contributo per pagare l’affitto o le utenze) e, in alcuni territori, si è cercato di mettere in piedi dei contributi più strutturati (ad esempio attraverso la costituzione di fondi per il reinserimento lavorativo). Ora, a distanza di tempo, iniziamo a vedere emergere misure strutturate (penso ad esempio al Friuli Venezia Giulia che ha istituito la “Misura attiva di sostegno al reddito” o alla Puglia che ha dato vita al “Reddito di dignità”, all'Emilia Romagna...alla Sardegna...ecc.) e questo è anche il risultato di politiche che si sono sviluppate nei territori grazie alla contrattazione.


Concretamente come avviene la contrattazione territoriale su questi temi?

I sindacati sono coinvolti nei tavoli di programmazione territoriale, nei quali si realizza il confronto sulla definizione dei bilanci (regionali, comunali o di ambito). In questi tavoli si riportano le competenze e le conoscenze acquisite grazie al radicamento nel territorio. La quasi totalità di accordi, protocolli e piattaforme è unitaria e vede quindi protagonisti CGIL, CISL e UIL. È infatti molto raro che siano accordi siglati solo da una o due organizzazioni sindacali.


Può farci un esempio di come la contrattazione territoriale può essere utile al contrasto della povertà?

Vorrei portare un esempio su uno strumento piuttosto che su una misura. Si tratta dell’ISEE, la cui sollecitazione a riformarlo è arrivata anche dal sindacato. Grazie alla contrattazione è stato introdotto (prima nelle Marche e poi in Piemonte) l’isee corrente. L’isee corrente prevede la possibilità di un ricalcolo che tiene conto del reddito attuale (e non di quello contenuto nella dichiarazione dei redditi dell’anno precedente) ed è molto utile nel caso in cui le persone perdono il lavoro. L’Isee corrente, introdotto per la prima volta a seguito di una contrattazione territoriale è successivamente stato previsto dalla normativa nazionale. Si tratta allora di un esempio virtuoso di come il sindacato può incrociare i bisogni delle persone e di come la contrattazione può promuovere sperimentazioni che possono poi essere recepite a livello nazionale.


Quali sono le principali materie oggetto della contrattazione sociale territoriale?

Le tematiche affrontate sono molte, i servizi sociali, per l’infanzia, per le famiglie, trasporti, fiscalità locale. Ma ci sono anche i temi della socialità, dell’immigrazione, delle donne, della conciliazione eccetera. I temi sono tantissimi, il punto qualificante è l’attenzione ai bisogni delle persone.


Chi sono i principali destinatari della contrattazione sociale territoriale?

Questo dipende dalle tematiche. Se parliamo di fiscalità (ad esempio delle addizionali o delle tariffe dei servizi) allora il risultato della contrattazione territoriale deve essere assunto dal comune in una specifica norma e in quel caso le ricadute ci sono su tutti i cittadini e non solo quindi sugli iscritti al sindacato. Se parliamo di posti nei nidi d’infanzia, i destinatari sono ovviamente le famiglie e i bambini, per il sostegno al reddito saranno le famiglie in condizione di povertà eccetera.

 

 


La lotta alla povertà deve andare avanti: l’appello della Cisl

Lotta alla povertà: Maurizio Bernava ci spiega la posizione della Cisl

Delega Povertà: i 7 punti del Memorandum

Negoziazione sociale in Lombardia: l'accordo del Comune di Collebeato

La contrattazione decentrata in Lombardia

Welfare integrato: una proposta
 
NON compilare questo campo