PARTI SOCIALI / Sindacati
I sindacati in Europa e i pericoli (non visti)
Il corporativismo competitivo va superato. Ma perché questo avvenga occorre una approfondita riflessione fra i sindacati del Nord e quelli del Sud
17 marzo 2015

Tempi difficili per il sindacalismo europeo. Gli iscritti calano, soprattutto fra i giovani. La capacità di incidere sulle decisioni dei governi è diminuita: la concertazione sopravvive (in forma indebolita) solo nei Paesi nordici. Il raggio della contrattazione collettiva si è ristretto, sia in termini di contenuti che di imprese coinvolte. I sondaggi ci dicono che buona parte dei lavoratori europei pensano che i sindacati siano utili in linea di principio, ma non hanno fiducia nelle organizzazioni esistenti. Molti fattori spiegano la crisi: nuovi modi di produrre, il minor peso del lavoro industriale, la flessibilità contrattuale, la possibilità per le imprese di delocalizzare all’estero. Vi sono tuttavia anche precise responsabilità politico-culturali. Di fronte al mutamento, i sindacati hanno adottato strategie difensive, volte soprattutto a tutelare i loro iscritti, perdendo così capacità di rappresentanza. Tutto vero. Il colpo di grazia è però arrivato dal processo di integrazione europea. L’Unione economica e monetaria ha centralizzato le principali decisioni di politica fiscale, assoggettandole a regole semiautomatiche. Per chi rappresenta i lavoratori, esercitare influenza a Bruxelles è più difficile che farlo nelle capitali nazionali. Ma almeno bisogna provarci. I sindacati si sono ripiegati su se stessi, invece di coordinarsi hanno scelto la via del «corporativismo competitivo» fra Paesi: mors tua, vita mea.

L’esempio più emblematico è venuto dalla Germania. Dopo l’uscita di scena del ministro «euro-keynesiano» Lafontaine nel 1999, i sindacati tedeschi si sono preoccupati solo di difendere coi denti i posti di lavoro nazionali. Hanno scelto di chiudersi a riccio nei confronti di qualsiasi progetto transnazionale mirante a «ribilanciare» le ragioni dell’austerità con quelle della crescita a livello Ue. Nel 2012 il segretario della IG-Metall, la federazione tedesca che rappresenta i lavoratori del settore metallurgico, accusò i sindacati spagnoli di fare richieste irragionevoli al loro governo, e si oppose a qualsiasi (concreto) coordinamento delle politiche salariali fra Paesi e all’elaborazione di una piattaforma comune «anti troika». Sarebbe troppo facile accusare la IG-Metall di aver tradito la propria vocazione internazionalistica: quando i tempi si fanno duri, è naturale che ciascuno giochi per sé. Ed è anche vero che, in alcuni casi e momenti, i sindacati sudeuropei hanno effettivamente adottato strategie irragionevoli, boicottando riforme eque e intelligenti. Il gioco tedesco è tuttavia diventato oggi incompatibile con la ripresa delle economie periferiche. Il «corporativismo competitivo» va superato e perché questo avvenga occorre una approfondita riflessione fra i sindacati del Nord e quelli del Sud. Ciò che serve è una efficace (e «ragionevole») piattaforma comune per promuovere la crescita economica e l’inclusione sociale.

Purtroppo nei Paesi periferici non pare questa l’agenda, i principali sindacati sembrano orientati verso altre strategie. Da un lato, l’arroccamento a difesa dello status quo nazionale. Dall’altro lato, la radicalizzazione, l’inseguimento dei movimenti sociali, nel tentativo di recuperare visibilità e vigore tramite le piazze anziché tramite un paziente (e più difficile) lavoro di progettazione istituzionale e una politica di alleanze transnazionali. Maurizio Landini ha ragione quando parla di una platea sociale sulla quale si sono scaricati i costi della crisi. Ma una strategia basata sulla protesta e sull’attacco alle riforme non risolverà il problema. La risposta efficace deve essere cercata in Europa, il disagio va fatto valere laddove si decidono le priorità Ue: in questa fase, ad esempio, il processo di revisione di «Europa 2020», soprattutto negli obiettivi che riguardano la lotta alla povertà, il rafforzamento della scuola, la creazione di posti di lavoro. I margini per incidere ci sono, purché non ci si illuda sulle forme di mobilitazione collettiva. Soprattutto se accompagnate solo da proclami, e non da (ragionevoli) argomenti.

Questo articolo è stato pubblicato anche sul Corriere della Sera del 17 marzo


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Giulia Mallone | 17.03.2015
Caro Giovanni, direi che in parte lei ha ragione. La crisi di rappresentanza del sindacato, specialmente tra i più giovani, è sotto gli occhi di tutti. Maurizio Ferrera elenca infatti alcuni dei fattori che contribuiscono a spiegarla. E' anche vero però che non è così in tutti i paesi europei, come mostrano le analisi Eurobarometer (per saperne di più, questa la pagina di presentazione http://ec.europa.eu/public_opinion/index_en.htm). Guardi, ad esempio, come cambiava nel 2010 la fiducia dei cittadini nei confronti delle organizzazioni sindacali da un paese all'altro: http://ec.europa.eu/public_opinion/archives/eb/eb74/eb74_publ_en.pdf (p.27)!
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Giovanni Roscio | 17.03.2015
Dove è possibile trovare i sondaggi a cui si fa riferimento nell'articolo? Mi pare infatti strano che ci sia ancora una maggioranza che ritiene, anche solo in linea di principio, che i sindacati siano utili. Mi sembra invece più probabile la seconda parte del periodo, che dice che c'è poca fiducia nelle organizzazioni sindacali. Forse sarò un po' drastico ma io, venticinquenne, non riesco a capire quale sia oggi il ruolo di questi corpi intermedi. Quanto meno per i giovani. Mi sembrano relitti del '900 naufragati chissà come fino ai giorni nostri.
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