IMMIGRAZIONE E ACCOGLIENZA /
Il business dell'accoglienza lo fa chi non integra
Una ricerca di ActionAid e Openpolis spiega come e perché le opacità del sistema si concentrino dove non si mira all'integrazione
24 dicembre 2018

Viviamo in tempi burrascosi per quanto riguarda le politiche sulle migrazioni e sull’accoglienza dei Richiedenti Protezione Internazionale. Oltre a riflettere sulle criticità del cosiddetto Decreto Sicurezza e Immigrazione, di recente approvato, conviene fare un passo indietro. E ragionare sulla gestione dell’accoglienza in Italia degli ultimi anni; di grande interesse a questo proposito è il Report di ricerca di ActionAid e Openpolis “Centri d’Italia. Bandi, gestori e costi dell’accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati.

Innanzitutto appare utile inquadrare il fenomeno al quale spesso è erroneamente associato il termine “emergenza”. I flussi via mare verso il nostro paese hanno registrato un aumento nel 2014, fino a raggiungere un massimo di 181 mila sbarchi nel 2016. L’inversione di tendenza è avvenuta nel luglio del 2017, a settembre del 2018 i migranti sbarcati risultavano infatti essere poco più di 20 mila. Il calo così repentino è da attribuirsi agli accordi tra Italia e Libia del febbraio 2017, accordo - quest’ultimo - aspramente criticato sotto il profilo del rispetto dei diritti umani. Il calo delle partenze si è accompagnato - ci ricorda ActionAid - alla condanna a morte in mare di migliaia di persone e a trattamenti disumani e degradanti in Libia (come denunciato tra gli altri da Amnesty International).

La capacità ricettiva del nostro sistema di accoglienza ha avuto bisogno di un paio di anni per adattarsi al fenomeno, le persone accolte sono passate da circa 66 mila nel 2014 a 176 mila nel 2016. I lunghi tempi di attesa hanno fatto sì che la riduzione degli arrivi non si sia tradotta in una riduzione del numero di persone in accoglienza: si pensi che nel 2017 erano necessari ben 18 mesi alle commissioni territoriali per valutare le richieste di asilo. I dati della presenza di stranieri e delle persone inserite nel sistema di accoglienza in rapporto alla popolazione residente aiutano ad inquadrare il fenomeno al di là delle percezioni distorte e dei toni allarmistici: al 1° dicembre del 2017 i residenti stranieri sul totale dei residenti in Italia sono l’8,33%, le presenze inserite nel sistema di accoglienza sono lo 0,31%.

Ma quali sono i centri nei quali sono transitati i richiedenti asilo e i rifugiati? Il Report fotografa la situazione prima del DL 133/2018 (il Decreto Sicurezza). Ci sono i centri di soccorso, prima assistenza e identificazione, centri governativi situati nelle aree più soggette agli sbarchi. Si tratta dei cosiddetti hotspot, nati sostanzialmente per differenziare i richiedenti asilo dai cosidetti migranti economici. Ci sono poi gli hub regionali o interregionali, in teoria adibiti alla formalizzazione della domanda di asilo, alla verifica dello stato di salute e all’individuazione delle situazioni di vulnerabilità. Quest’ultimo tipo di centri ha avuto scarsa operatività (ad eccezione del centro di Settimo Torinese). C’era poi la seconda accoglienza, lo Sprar (il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) composto da una rete di enti locali che hanno realizzato un’accoglienza integrata in piccoli centri sviluppando progetti personalizzati. Questo sistema è cambiato e appare oggi fortemente ridimensionato dal Decreto Sicurezza.

Va evidenziato che già negli ultimi anni il circuito di gran lunga più importante dell’accoglienza è stato quello dei Cas (Centri di accoglienza straordinaria). Questi centri da misura straordinaria sono diventati l’ordinaria realtà dell’accoglienza: hanno infatti ospitato nel 2017 l’80% delle persone inserite nel sistema. Il modello Cas si è distinto peraltro per la sua opacità, infatti non è stato accompagnato da un sistema di informazione e rendicontazione affidabile. Il Report di ActionAid e Openpolis si concentra appunto sui costi e sulle modalità di gestione di questo sistema, sopperendo alla mancanza di informazioni attraverso l’analisi della Banca dati nazionale dei contratti pubblici (Bdncp) e la richiesta alle prefetture di accesso agli atti.

Dal Report si evince che le Prefetture hanno seguito prassi diverse per quanto riguarda l’affidamento agli enti gestori dei centri di accoglienza: alcune sono ricorse a procedure competitive e più trasparenti, altre ad affidamenti diretti e a procedure più opache. Tuttavia dal 2012 al 2017 è aumentata la quota di procedure competitive (61,1% gli importi assegnati con procedura aperta nel 2017, rispetto al 54,84% nel 2016 e al 26,5% del 2013) e si è registrato contestualmente un calo dell’affidamento diretto. La situazione nello stivale è, come spesso accade, molto disomogenea. Il Report nella sua seconda parte si focalizza sui casi di Torino e Trapani, contesti geografici assai diversi: la prima una città del Nord industriale ai confini tra l’Italia e il resto d’Europa, la seconda una media città del Sud in cui si concentra la primissima accoglienza di una parte importante dei migranti arrivati via mare.

La Prefettura di Trapani dal 2012 al 2017 ha quasi sempre scelto l’affidamento diretto (nel 95,5% dei casi), mentre la prefettura di Torino ha scelto questa modalità solo nel 12,6% dei casi. A Trapani, nel marzo del 2018 le persone inserite nel circuito dei Cas erano 1.453 (nel complesso le presenze nell’accoglienza rappresentavano lo 0,44% dei residenti). Si trattava di persone ospitate per la stragrande maggioranza in grandi centri: 70,6 sono le persone accolte in media nei centri trapanesi. Sono 12 gli enti che gestiscono i 22 Cas del trapanese e 3 di questi amministrano da soli quasi la metà dei posti in accoglienza. Nel torinese invece, al 31 dicembre del 2017, le persone accolte nei centri temporanei erano 4.520, il triplo di quelle presenti nel trapanese. Tuttavia i centri erano 409, circa 20 volte di più di quelli presenti nella provincia di Trapani. 11,1 sono le persone accolte in media nei centri della provincia di Torino.

Certamente questi numeri non ci dicono tutto: in centri pur piccoli potrebbe essere ugualmente trascurata la qualità dei percorsi di integrazione, così come in centri nati come “meri contenitori” lo spirito di iniziativa di operatori volenterosi può sopperire a molte mancanze e fare la differenza. Tuttavia questa sproporzione nei numeri e nella tipologia dei centri tra le due città ci dice che in questi ultimi anni si è formato nel nostro paese un sistema di accoglienza molto diversificato e disomogeneo, con ombre e luci.

Anche se il sistema torinese non è esente da criticità, è in quello trapanese che prevalgono le ombre. Alberto Biondo di Borderline Sicilia sostiene, infatti, che nel trapanese la crescita del numero dei Cas sia stata accompagnata dalla ricerca di posti isolati, abbondanati, fuori dai centri abitati, con il concentramento in grandi contenitori senza progettualità volte all’integrazione: “quando si dice il business dell’immigrazione bisogna capire che più migranti ci sono in un centro più ci si può guadagnare…”. Sembra di comprendere che le opacità e le ambiguità del sistema si concentrano nelle situazioni nelle quali non si investe in accoglienza diffusa e non si adottano procedure trasparenti. Come scrivono gli autori: “in questi anni la mancanza di strumenti di analisi del sistema nel suo complesso ha permesso che temi come quello del ‘business dell’accoglienza’ potessero svilupparsi nella loro ambiguità gettando un’ombra di sospetto sull’intero settore. A causa di a questa ambiguità è il concetto stesso di accoglienza che viene screditato senza distinzioni”.

Per questa ragione è proprio dal monitoraggio delle politiche, dalla lettura dei dati, dall’analisi del sistema che bisognerà ripartire.

 


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