GOVERNI LOCALI / Enti locali
Sala: per cambiare la città serve una squadra del sociale
ELEZIONI MILANO / Il candidato del centrosinistra pensa a un'alleanza tra istituzioni pubbliche e private, cittadinanza attiva e grandi benefattori.
31 maggio 2016

Nato a Milano nel 1958, laureato in Economia Aziendale alla Bocconi, lavora per oltre 25 anni nel settore privato come manager di grandi aziende come in Pirelli e Telecom Italia. Dopo esperienze manageriali nel settore finanziario, nel 2009 assume l'incarico di direttore generale del Comune di Milano durante l'amministrazione di Letizia Moratti. Dal 2010 al febbraio 2016 è amministratore delegato di Expo 2015 S.p.A e nel 2013 diventa Commissario unico delegato dal Governo per l'Esposizione Universale. Lascia l'incarico nel dicembre 2015 per candidarsi a sindaco di Milano con la coalizione di centrosinistra, di cui vince le primarie nel febbraio 2016. È l'identikit di Beppe Sala, che nelle ormai imminienti elezioni amministrative di Milano correrà contro il candidato del centrodestra Stefano Parisi (leggi qui la sua intervista) per diventare primo cittadino. Gli abbiamo chiesto di raccontarci qual è il suo giudizio sulla situazione sociale di Milano e, soprattutto, quali scelte intende intraprendere in tema di welfare qualora diventasse sindaco della città. Ecco cosa ci ha detto. 

 

Negli ultimi anni la situazione sociale a Milano, seppur in maniera più lieve rispetto a molte altre zone del nostro Paese, si è notevolmente aggravata. Come valuta l’attuale condizione della città?

Negli ultimi anni a Milano – anche a causa della crisi economica – le emergenze sociali sono diventate più pressanti: la disabilità, la povertà, la casa, i profughi. L’attuale amministrazione ha lavorato con tutte le sue forze per trovare soluzioni ed è stata in grado di costruire forti alleanze con il terzo settore. La risposta del Comune è stata all’altezza e i servizi sociali hanno retto. Ora però è indispensabile un maggiore sostegno da parte del Governo delle politiche degli enti locali.


Ritiene quindi che l’amministrazione Pisapia abbia lavorato bene per affrontare i diversi problemi sociali della città?

Sì, l’attuale amministrazione ha investito risorse ed energie per migliorare e estendere il welfare cittadino. Milano, ad esempio, in questi anni si è dimostrata la città dell’accoglienza. Pensiamo all’aumento degli interventi a favore delle persone senza dimora: i posti letto sono passati dai 1.248 del 2010 agli attuali 2.700. O guardiamo all’ospitalità data a più di 87mila profughi assistiti nel transito da Milano verso altri paesi europei. Questo lavoro – che ha fatto della città un modello - è stato possibile grazie alla creazione di sinergie nuove tra pubblico e privato e attivando collaborazioni con le diverse realtà cittadine. Ci sono certo ancora molte azioni da intraprendere per migliorare la situazione, ma il solco è stato tracciato.


Al di là delle situazioni più emergenziali, secondo lei l’attore pubblico è attualmente in grado di rispondere efficacemente ai bisogni sociali - vecchi e nuovi - dei cittadini milanesi?

C'è una richiesta di welfare che cambia, che presenta esigenze nuove, e per rispondere efficacemente è necessario fare sistema. Pubblico e privato devono lavorare insieme a istituzioni, imprese, sistema del credito, università, scuole, sindacati e terzo settore per trovare strategie adatte ai bisogni dei milanesi. Il Terzo settore, una macchina di straordinaria generosità ed efficienza, deve diventare protagonista riconosciuto e tutelato del sistema di assistenza ambrosiano. Con le organizzazioni che compongono questo mondo il Comune deve creare filiere efficienti, che favoriscano soluzioni di coinvolgimento per una progressiva emancipazione dal bisogno.


Pensa dunque che sia necessario coinvolgere maggiormente i privati, sia profit che non profit, per migliorare l’impatto delle politiche sociali elaborate dal Comune?

Come ho già detto è indispensabile la creazione di una squadra del sociale, che nel governo della città deve tradursi in un'alleanza tra istituzioni pubbliche e private, cittadinanza attiva e grandi benefattori.


Cosa pensa della possibilità di investire sulla cosiddetta white economy per rafforzare l’economia di Milano?

Senza dubbio investire nella filiera delle attività, sia pubbliche che private, orientate alla cura, all'assistenza e alla previdenza per le persone può essere un bel volano di sviluppo non solo sociale, ma anche economico di Milano.


Se diventerà sindaco quali provvedimenti intende approntare per contrastare la povertà nelle sue diverse forme e favorire l’inclusione sociale?

Nei prossimi cinque anni vogliamo costruire un “welfare di tutti", un sistema di offerte e regole a cui possa rivolgersi non solo chi si trova a vivere in una condizione di drammatica emergenza ma pure chi, molto semplicemente, sia bisognoso di interventi e prestazioni volti ad accompagnare e promuovere la persona, immaginando, dunque anche una nuova capacità di utilizzo di risorse private. Il Comune di Milano, a bilancio esistente, l'anno prossimo potrà mettere in campo azioni contro le povertà per 42 milioni di euro. Tra le nostre proposte c’è di usare queste risorse per il reddito di maternità, cioè per offrire fino a 1.500 euro di aiuto alle famiglie con un bimbo, e l’impiego permanente di 500 disoccupati di Milano in azioni per la cura della bellezza della città e in azioni anti degrado. Queste misure si inseriscono in un grande piano contro la povertà, di cui sono parte integrante le politiche abitative pubbliche, fondamentali per il benessere e la coesione sociale, che devono essere riconosciute come welfare. A questo proposito è necessario riqualificare il patrimonio pubblico esistente e serve stipulare convenzioni per reintrodurre nel mercato dell’affitto accessibile, concordato e convenzionato, i tanti alloggi privati vuoti.

 

 


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