EDITORIALE /
Che cosa ci lascia Luigi Bobbio
Il politologo torinese, scomparso pochi giorni fa, coi suoi studi negli ultimi trent'anni ha fornito un contributo prezioso al nostro Paese
11 ottobre 2017

Chiunque si interessi all’analisi delle politiche pubbliche non potrà non aver appreso con tristezza dell’improvvisa scomparsa di Luigi Bobbio, uno degli studiosi che più ha contribuito a introdurre nella scienza politica italiana un’attenzione specifica per le politiche e i complessi processi decisionali da cui esse scaturiscono. Insieme a politologi come Bruno Dente, Gloria Regonini e Maurizio Ferrera, negli ultimi trent’anni Bobbio ha approfondito la “politica” soprattutto nella sua accezione di policy, ovvero di (tentativo di) risposta a problemi percepiti come di rilevanza collettiva e, come tali, generalmente considerati meritevoli di un intervento pubblico. Un contributo rilevante soprattutto in un Paese in cui la “politica” intesa come politics (scontro per il potere) sembra prevalere in ogni ambito.

Chi immagina che studiare la politica come policy riduca la sua analisi a una questione meramente tecnica ignora uno degli elementi che ha probabilmente rappresentato il tema più ricorrente negli studi di Bobbio: il conflitto, inevitabile in qualunque processo decisionale democratico, e la sua gestione, tanto indispensabile quanto faticosa da realizzare. “Decidere”, come amava ricordare, contiene nel proprio etimo latino (decaedere, tagliare via) l’essenza stessa delle azioni operate dagli attori politici e amministrativi che ogni giorno adottano e mettono in atto le politiche pubbliche. Come sono “tagliate” le alternative? Quali criteri vengono utilizzati? E quali opzioni sono effettivamente prese in considerazione nelle diverse arene decisionali? Sono queste alcune delle domande cui Bobbio risponde in La democrazia non abita a Gordio (1996), che sin dal titolo suggerisce la tesi dello studioso secondo cui, in società democratiche altamente diversificate come le nostre, negare la complessità del reale – come fa Alessandro Magno recidendo l’intricato “nodo gordiano” con un colpo di spada – sia la strategia meno adatta (quando non controproducente) a risolvere i problemi cui le politiche pubbliche dovrebbero provare a offrire una risposta: diffidare, dunque, di chi, di fronte a un problema, afferma che “non ci sono alternative”, che la soluzione è una sola.

Questa posizione aiuta a spiegare l’interesse di Luigi Bobbio per l’analisi dei processi decisionali volti a gestire questioni altamente divisive, costruendo qualche forma (più o meno estesa) di consenso democratico, attraverso strumenti basati sul dialogo e sull’interazione fra i diversi soggetti con una posta in gioco rilevante. Processi decisionali “inclusivi”, troppo spesso ignorati da una pubblica amministrazione – quella italiana – ancora legata a una tradizione formalista che fatica a fare proprio uno stile decisionale orientato alla soluzione dei problemi più che (solo) al rispetto delle logiche procedurali. L’impegno di Bobbio a trasformare le proprie conoscenze teoriche in suggerimenti di policy a vantaggio delle arene decisionali – altro elemento che connota il profilo dello studioso – emerge, ad esempio, nel volume A più voci. Amministrazioni pubbliche, imprese, associazioni e cittadini nei processi decisionali inclusivi (2004), manuale curato dal politologo torinese per la collana “Analisi e strumenti per l’innovazione” del Dipartimento della Funzione pubblica: lungi dall’idealizzare le decisioni inclusive, Bobbio partiva dalla realistica considerazione che “i processi inclusivi sono pieni di insidie. Bisogna conoscerle per poterle superare. Ma gli amministratori pubblici non hanno sempre le competenze necessarie per affrontarle. Spesso si sentono buttati allo sbaraglio e sono costretti a districarsi come possono di fronte a processi complessi che faticano a padroneggiare”.

Oltre a includere una pluralità di attori (con interessi e valori diversi), le decisioni collettive tendono ormai a implicare il coinvolgimento di più livelli istituzionali, dando vita ad assetti decisionali multi-livello, in cui la dimensione locale – approfondita in chiave comparata da Bobbio in I governi locali nelle democrazie contemporanee (2002) e in numerosi altri studi urbani sin dalla fine degli anni ‘80 – assume un ruolo centrale, a fronte di un progressivo indebolimento dello stato nazionale e delle sue istituzioni. Ed è proprio a livello locale (soprattutto nei casi di riqualificazione urbana e di realizzazione di grandi opere pubbliche) che si realizzano i primi esperimenti di democrazia deliberativa, uno degli interessi di ricerca (e azione) che segna maggiormente la produzione del politologo.

Il coinvolgimento dei cittadini nelle scelte pubbliche attraverso varie formule deliberative, dialogiche e discorsive è inteso da Bobbio come una risposta non populistica alla crisi della democrazia rappresentativa, una risposta “fredda” che si discosta dagli esperimenti e le teorie che si richiamano invece agli ideali della democrazia diretta, e prende in parte le distanze anche da quelli che si riferiscono alla democrazia partecipativa (Bobbio 2013a). Non si tratta, secondo Bobbio, di sostituire la democrazia rappresentativa con (pericolose) formule alternative, ma piuttosto di innestare al suo interno qualche strumento – calibrato in base alle specifiche esigenze, e valutandone di volta in volta vantaggi e svantaggi, compresi i rischi di manipolazione e addomesticamento – capace di rappresentare l’esistenza nella società, su questioni di particolare salienza pubblica, di posizioni contrapposte e punti di vista contrastanti e, possibilmente, di innescare un processo dialogico di avvicinamento; spetta poi alle istituzioni rappresentative il diritto all’ultima parola sulle decisioni da assumere.

 


Quello di Bobbio è dunque un invito a ripensare le strategie basate sull’affermazione unilaterale dell’interesse generale, che peraltro in molti casi si sono rivelate poco efficaci (oltre che poco efficienti), come hanno dimostrato numerosi casi di cronaca (a partire dalla contestazione della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione, indagata ad esempio da Bobbio in La Tav e la Val di Susa. Geografie in competizione, con Egidio Dansero, 2008).

L’impegno del politologo su questo fronte si traduce in un’intensa produzione scientifica (fino alla pubblicazione di La qualità della deliberazione. Processi dialogici tra cittadini, 2013b), che non si disgiunge da un’azione volta a “sperimentare in vivo (e non soltanto in vitro, come molti ricercatori fanno) modelli decisionali, partecipativi o deliberativi”, nella convinzione che anche questa sia “un’attività di ricerca a tutti gli effetti che mira a saggiare – in situazioni reali – la tenuta e gli aspetti critici delle metodologie proposte allo scopo di affinarle e di renderle il più possibile utili e praticabili” (Bobbio 2010). In altre parole, come scrive Bruno Dente in un ricordo dell’amico e collega, quello dello studioso torinese è stato sempre un impegno a produrre ““usable knowledge”, as a way to achieve better policies, more democracy and even better citizens”.

In questa veste, il professore esercita il ruolo attivo di presidente della commissione per il dibattito pubblico sulla “gronda di Genova” (il primo in Italia, sul modello francese, nel 2009), di consulente di diverse amministrazioni pubbliche, compresa la Regione Toscana, con cui collabora fra 2006 e 2007 alla redazione della legge sulla partecipazione, di organizzatore del dibattito pubblico sul testamento biologico (2009) e delle giurie di cittadini sul federalismo (2011) nel quadro di “Biennale Democrazia”, solo per citare alcuni degli impegni pubblici più noti.

In occasione del referendum costituzionale del dicembre 2016, Bobbio richiama ancora una volta l’attenzione sull’occasione sprecata per includere i cittadini nella preparazione di un testo poi respinto nelle urne. Di pochi giorni fa la sua denuncia della totale inadeguatezza degli strumenti messi a punto per la partecipazione dei cittadini nelle zone del Centro Italia interessate dall’ultimo terremoto: “una sequela di disposizioni formalistiche e burocratiche – commentava Bobbio (2017) – che invece di favorire la partecipazione, la inibiscono” in nome di un’efficienza decisionale che, paradossalmente, potrebbero addirittura frenare; se “l’esigenza di una ricostruzione rapida è un’evidente priorità, […] non sono i processi partecipativi che la rallentano, dal momento che sono brevi, strutturati e di durata prevedibile. Nuocciono molto di più gli scontri sordi tra istituzioni, imprese, cordate politico-affaristiche, i conflitti di competenze, la difficoltà di districarsi nel ginepraio delle norme che si accumulano senza sosta”.

Chi ha avuto la fortuna di seguire le lezioni di Luigi Bobbio ricorderà la sua rara abilità di facilitare la comprensione del reale riducendone la complessità senza scadere nel semplicismo, ma anche la passione e la gentilezza che lo animavano insieme a un certo anticonformismo che lo portava a rammentare che spesso, per trovare una soluzione, “uscire dal quadrato” non è solo utile, ma anche necessario.


Riferimenti

Bobbio L. (1996), La democrazia non abita a Gordio. Studio sui processi decisionali politico-amministrativi, Milano, Franco Angeli
- (2002), I governi locali nelle democrazie contemporanee, Roma-Bari, Laterza
- (2004, a cura di), A più voci. Amministrazioni pubbliche, imprese, associazioni e cittadini nei processi decisionali inclusivi, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane
- (2010), Il dibattito pubblico sulle grandi opere. il caso dell’autostrada di Genova, in “Rivista Italiana di Politiche pubbliche”, n. 1, pp. 119-146
- (2013a), Democrazia dei cittadini e democrazia deliberativa, in Cosmopolis, VIII, 1
- (2013b, a cura di), La qualità della deliberazione: processi dialogici tra cittadini, Roma, Carocci
- (2016), Cittadini e costituzioni: si può fare diversamente, in Nuova Società, 15 dicembre, pp. 5-6
- (2017), Oltre il terremoto, la burocrazia, in Lavoce.info, 3 ottobre
- e Dansero, E. (2008), La Tav e la Val di Susa. Geografie in competizione, Torino, Allemandi & C.

 
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